Anziani, l’eutanasia da abbandono
Diritto e Volontà

Anziani, l’eutanasia da abbandono

1 Ottobre 1995 · di Redazione Confini Magazine
5 min di lettura

Mentre si discute animatamente di «diritto alla morte», ci sono persone che muoiono di fatto perché vengono abbandonate dallo Stato e dalle istituzioni locali. A Torino un’esperienza «pilota» di collaborazione tra il Servizio Sanitario e i parenti dei malati acuti e cronici.

C’è un luogo comune che torna puntualmente sulla stampa italiana ad ogni inizio d’estate. Quello dei «figli ingrati» che, pur di partire per le ferie, parcheggiano l’anziano in ospedale e poi… salpano per le Maldive. Non si può negare che esistano casi del genere. Ma l’esperienza maturata in questi ultimi anni in diverse parti d’Italia consente di sostenere che essi sono senz’altro meno di quanti si vorrebbe far credere.

Semmai, diventa sempre più necessario richiamare l’attenzione di tutti sul rovescio della medaglia: sui figli, sui familiari, sui parenti (decine di migliaia, in tutta Italia; e le donne sono in prima fila) che, ventiquattro ore su ventiquattro, per mesi o per anni, sono impegnati a prestare le cure ai loro congiunti anziani, malati cronici e non autosufficienti. Anziani che, spesso, gli ospedali hanno dimesso a pochi giorni dal ricovero, quando avevano ancora bisogno di prestazioni sanitarie non praticabili a domicilio. Perché questo capita, in certi casi: se tu hai vent’anni e ti spezzi una gamba andando a sciare, l’ospedale ti trattiene fino a che è necessario; se tu hai 70 anni e ti rompi il femore cadendo in casa, può capitare che l’ospedale, in violazione delle leggi vigenti, ti dimetta in fretta e furia («Tanto è vecchio») e che tu sia costretto a cercare da solo una non semplice ed onerosa soluzione.

Eppure, molto spesso, sulla stampa c’è spazio per i «figli ingrati» (e si dà a credere che siano la maggioranza), mentre di questo «rovescio della medaglia» non si parla mai o quasi mai; anche se i familiari si trovano alle prese con un compito pesante, senza che il Servizio sanitario nazionale, tenuto per legge ad intervenire, si preoccupi di dar loro qualche aiuto.

Figli ingrati? È sufficiente una occhiata alle statistiche dell’Istat per scoprire che (con l’innalzamento della durata media della vita) spesso non si tratta di «baldi giovanotti» con le Hawaii nei loro sogni, ma di sessantenni o più, alle prese con i problemi di un genitore ottantenne (e oltre), malato e non autosufficiente. Oppure di un coniuge, a sua volta vecchio e malato, anch’egli con i suoi acciacchi.

Una precisazione, a scanso di equivoci. Chi insiste nel sostenere che la Sanità deve farsi carico della cura degli anziani malati cronici non autosufficienti per tutto il tempo necessario, non intende certo sostenere che l’ospedale rappresenta sempre e comunque l’unica soluzione. Più correttamente, ribadisce che il Sistema sanitario nel suo insieme è chiamato dalla legge a farsi carico della prevenzione della cronicità, della cura delle malattie senza limiti di durata (non solo nella fase acuta, ma anche in quella della lungodegenza), della riabilitazione.

Il Sistema sanitario nazionale (e l’ospedale, innanzitutto), non può scaricare i malati cronici, anziani e non anziani, sulla sola famiglia (quando esiste), con tutto ciò che questo comporta in termini di mancate cure, di onerose prestazioni a pagamento, di sofferenze per pazienti e congiunti. Parliamo pure, quando è il caso, di quei familiari che si sottraggono ai loro obblighi morali nei confronti dei congiunti anziani. Ma non generalizziamo. E, soprattutto, non facciamone un alibi per coprire le carenze dei servizi, là dove queste sono segnalate e lamentate. Perché, mentre si discute anche animatamente di «eutanasia attiva» o di «eutanasia passiva», ci sono persone che muoiono di fatto per «eutanasia da abbandono»: abbandono da parte delle istituzioni e dello Stato, prima ancora che di qualche familiare.

Vi sono esperienze concrete, realizzate in questi ultimi anni in varie parti d’Italia, che dimostrano chiaramente come un’alternativa al ricovero in corsia di un malato cronico c’è ed è più vantaggiosa per i pazienti, oltre che meno onerosa per la spesa pubblica. Si chiama «ospedalizzazione a domicilio», è partita da Torino all’inizio degli Anni ’80 e si è estesa ad altre realtà territoriali. In parole povere, si tratta di un servizio che consente alla persona non autosufficiente di tornare a vivere al suo domicilio, ricevendo dal Sistema sanitario tutte le prestazioni mediche e infermieristiche di cui ha bisogno.

L’esperienza «parla» da sola. Il servizio di «ospedalizzazione a domicilio», realizzato a Torino dall’Istituto di Geriatria dell’Università (attraverso l’Equipe del professor Fabrizio Fabris) ha al suo attivo quasi dieci anni di attività. E l’iniziativa ha consentito a centinaia di pazienti, per lo più anziani malati acuti o cronici, di ricevere a casa loro cure sanitarie analoghe a quelle praticate in ospedale.

Evidenti sono stati i vantaggi per le persone interessate, sotto il profilo psicologico e terapeutico, come risulta dalle valutazioni mediche e dalle dichiarazioni di pazienti e familiari. Sotto l’aspetto economico, i costi dell’ospedalizzazione a domicilio (da non confondere con i semplici interventi di «aiuto domestico») sono di gran lunga inferiori a quelli di un intervento in corsia d’ospedale e concorrenziali rispetto ad un ricovero in strutture assistenziali, che — per la loro configurazione — non sono in grado di garantire cure sanitarie.

L’esperienza torinese dimostra, inoltre, che molti familiari, se adeguatamente sostenuti dal Servizio sanitario nazionale, sono disponibili ad accogliere a casa loro i parenti malati acuti e cronici, contribuendo in modo significativo alla cura e alla riabilitazione.

Resta un auspicio: che iniziative come queste possano continuare ad essere estese anche ad altre realtà locali, sia pure con tutti gli adeguamenti necessari. Perché i mass media, quasi sempre attenti ad amplificare e a spettacolizzare alcuni casi di «abbandono», non si impegnano anche a far conoscere le esperienze positive a sostegno della famiglia e della vita in famiglia?

Articolo pubblicato originariamente in Confini, ottobre 1995, a firma di Mario Tortello.

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