«Muoio per lasciarti vivere»
Diritto e Volontà

«Muoio per lasciarti vivere»

1 Maggio 1996 · di Redazione Confini Magazine
7 min di lettura

Donne ammalate di cancro che rifiutano le cure per non rischiare di perdere il bambino che hanno in grembo. Donne che scelgono di sacrificarsi per una nuova vita.

«È di nuovo mattina, un giorno in più per il mio bambino e un giorno in meno per me». Così scrive sul suo diario Carla Levati Ardenghi, giovane donna di 28 anni. È incinta, le scoprono un tumore alle ovaie. Ha due scelte davanti a sé: abortire e tentare di curarsi, o portare avanti la gravidanza, il che significa morte certa per lei, vita incerta per il suo bambino. La donna non ha esitazioni, e rinuncia a curarsi. Muore dando alla luce Stefano, che purtroppo le sopravvive solo dieci giorni.

Fu un caso che fece scalpore, due anni fa, in Italia. Ad analizzarlo vennero chiamati antiabortisti e femministe, chi parlò di lei come una santa, chi disse che era figlia di una profonda incultura, che obbligava le donne a sacrificarsi. Il solo ad ammonire che la chiave di lettura del gesto andava cercata nelle profondità inconsce dell’essere femminile fu lo scrittore Giovanni Testori, anche lui condannato a morte da un male incurabile: «Per le donne bergamasche il gesto di Carla non era affatto eccezionale. Tutte avrebbero seguito quell’esempio. Siamo noi, i colti, gli intellettuali, che ci stupiamo, che dobbiamo cercare spiegazioni. Neanche la Chiesa sa che cosa sia giusto fare in questi casi: lascia la libera scelta».

E la libera scelta può anche essere questa: sentirsi condannate alla morte nel corpo e cercare la via più «femminile» per riaffermare la vita dentro di sé: la gravidanza, che diventa un modo per costringere la morte a pagare una vita, una sorta di passaggio di testimone per sperare che, comunque, qualcosa di sé sopravviverà. Una scelta che accomuna molte donne, giovani e meno giovani, credenti e non credenti, colte o semplici. Una di loro, Giovanna Beretta Molla, morta nel 1961, sta per essere beatificata dalla Chiesa Cattolica.

Ma tante altre sono giunte alla decisione per vie diverse da quella di fede. Come Michelle Doyle, infermiera inglese di 25 anni. Poco dopo aver saputo di essere incinta, la scoperta di un tumore alle ovaie. Abortire e farsi operare, nella speranza di sopravvivere? La donna decide di avere il bambino, Christie, che nasce, ma il tumore in lei è ormai troppo avanzato, e muore sei mesi dopo. O come Maria Arrigoni Frigeni, 38 anni, malata di un tumore, rifiuta di farsi curare. La bambina, Marta, nasce in agosto, prematura ma sopravvive. Sette giorni dopo la madre muore.

E ancora come Alessia, giovane madre malata terminale di Aids che ha deciso di dare in adozione suo figlio appena nato. «Ho trascorso nove mesi bellissimi con lui, poi è finito… — scrive a Natalia Aspesi su «Repubblica» — … Era inquieto, impaziente, aveva tanta voglia di vivere e me la trasmetteva giorno per giorno, anche se io avevo già vissuto abbastanza e non avevo saputo apprezzare le cose belle della vita… Se avessi avuto tanti anni da vivere non lo avrei mai lasciato, quel bambino, che non ho mai visto e che non mi chiamerà mai mamma, l’unica cosa bella che io abbia avuto… L’ho amato sopra ogni cosa, e già gli ho dato tanto, la vita e un nome, il mio».

O come Clementina Geraci, 33 anni, medico americano di origine italiana. Ammalata di un cancro al seno, ma incinta di quattro mesi, rifiuta le cure chemioterapiche che avrebbero ucciso il feto. Il bambino nasce, prematuro, ma sta bene. Lei quattro mesi dopo muore. Passa tutto il tempo che le rimane a leggere cose al piccolo Dylan, nella speranza che ricordi la sua voce. Prima di morire dice: «Se mi ricapitasse in un’altra vita, lo rifarei ancora».

Già, ma perché? Perché decidere di correre quest’ultima staffetta per un altro e non per se stessi, di rifiutarsi di tentare le cure e invece passare il testimone della vita a un bimbo che non si vedrà mai? «È insito nella natura del femminile primordiale il carattere trasformativo del male in bene, della morte in vita, della notte in giorno e così via — spiega il professor Aldo Carotenuto, analista junghiano —. E la gravidanza rappresenta per eccellenza questo momento trasformativo». Un momento che però, in passato ancor più di oggi, è sempre stato legato fortemente alla morte: morire di parto un tempo era frequente, la scelta di essere madre era anche un rischio.

«Certo — continua Carotenuto — e infatti la società patriarcale ha imposto il proprio predominio sul femminile proprio attribuendo alla sofferenza connaturata al parto una connotazione morale, quasi una condanna divina. E per molte donne ancora oggi la maternità costituisce l’unica possibilità di affermazione creativa. La donna oggi è sola di fronte a una società che le impedisce di esprimersi autenticamente. Ancora più sola perché dall’altro lato le si impone di esprimersi, in nome della parità tra i sessi. Così alla donna non resta altro che il proprio corpo, trasformato in vero e proprio campo di battaglia, per una guerra persa in partenza. Questo dovrebbe farci riflettere, per ribadire con forza che non solo attraverso l’afflizione del corpo l’anima può trovare nuovi spazi».

E il fatto che il corpo femminile sia diventato un campo di battaglia di pulsioni ed esigenze diverse è dimostrato forse dal fatto che gran parte di queste donne fossero affette da tumori al seno o alle ovaie, tumori cioè che aggrediscono parti del corpo «simbolo della femminilità e dell’eroticità della donna — spiega il professor Umberto Veronesi — come se in questi punti si addensasse la tensione del mondo femminile oggi». Non solo: simili malattie vengono patite dalla donna come una distruzione di identità. Per questo, forse, l’estremo tentativo di riaffermarla: sono una donna, dunque madre. La giovane attrice Nancy Brilli, ammalata di un tumore alle ovaie, dichiarò poco dopo l’operazione: «Mi hanno tolto un’ovaia e mezza. Forse fino a quel momento non avevo mai pensato cosa fossero per una donna le ovaie, l’utero. Ora lo so fino in fondo. So che ho subito una mutilazione. Mi è rimasto lo stretto necessario per provare con la maternità. Certo, io rischio più di un’altra, ma affronterei il pericolo ad occhi chiusi se mi riuscisse di avere un figlio».

Naturalmente, spiega Carotenuto, «le patologie tumorali associate agli organi sessuali parlano del disagio profondo che attraversa l’universo femminile oggi. La gravidanza è così al tempo stesso un tentativo autocurativo che la psiche mette in atto e un modo di riaffermazione estrema del proprio essere donna».

Esiste dunque anche una sorta di valenza magica ancestrale della gravidanza, una convinzione del valore taumaturgico della maternità, di protezione dal male. «La gravidanza ha certamente una valenza misterica — dice Carotenuto — basta pensare a quanto rilievo trovi anche nel cristianesimo la nascita e il suo concepimento, legato indissolubilmente alla figura di Maria, per spiegare quale potere simbolico si celi dietro tale evento naturale, perché in sé porta il germe della vita nuova». Però, Carotenuto punta il dito sulla tragicità di queste gravidanze estreme, in cui si carica la maternità di un significato altro, quello di lotta con la morte. Una lotta riuscita, in certo modo, perché si conclude con una nuova vita, eppure questa vita conterrà sempre dentro di sé la morte che vuole sconfiggere. Il che è forse simbolo dell’estrema tragicità dell’essere donna, e uomo: «Lo sforzo creativo senza dubbio produce nuova vita, ma porta anche con sé il germe della distruttività dalla quale è scaturito, perché, come non esiste madre senza figlio, così è nella natura del figlio quello di essere tale in funzione della madre».

Articolo pubblicato originariamente in Confini, maggio 1996, a firma di Raffaella Silipo.

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