Eutanasia: lo stato dell’arte
Diritto e Volontà

Eutanasia: lo stato dell’arte

1 Settembre 2006
2 min di lettura

In Italia le questioni di fine vita sono state spesso influenzate da schieramenti ideologici che hanno generato confusione nell’opinione pubblica. Proprio dal riconoscimento di un bisogno di chiarezza muove il progetto di «Confini» di affrontare il tema dell’eutanasia nei suoi risvolti etico-giuridici e culturali. La questione è correlata ai valori e alla concezione della morte di una determinata società, ed è soggetta a una variabilità culturale che si esprime anche nella pluralità delle definizioni giuridiche.

Il termine eutanasia appare nelle lingue moderne nel 1605 in uno scritto di Francesco Bacone, in cui il filosofo indica al medico, nel caso di una prognosi infausta, il dovere di «alleviare sofferenze e dolori» al fine di consentire un «felice e sereno trapasso». Secondo la definizione oggi accettata, per eutanasia si intende «quell’azione o omissione che, per sua natura e nelle intenzioni di chi agisce, procura anticipatamente la morte, allo scopo di alleviare le sofferenze». Nell’oscillazione tra «azione» e «omissione» si determina la distinzione tra eutanasia attiva e passiva; si distingue inoltre tra eutanasia volontaria e non volontaria, e si colloca il concetto di suicidio medicalmente assistito.

Cosa muove la società contemporanea alla rivendicazione del diritto di scegliere quando morire? L’esperienza olandese mostra come il cammino verso la legalizzazione — approvata con la legge del 1° aprile 2002 — sia scandito da vicende che, prima di essere casi giudiziari, erano casi umani: l’estrema conseguenza di un progresso medico-scientifico che consente il mantenimento prolungato della vita. L’eutanasia viene sempre più invocata come estensione del principio di libertà, come rivendicazione del diritto della persona a programmare la propria vita e la propria morte.

In Italia, dove l’eutanasia è illegale, il diritto a morire con dignità può essere esercitato attraverso le direttive anticipate, ciò che nei paesi anglosassoni è chiamato «living will» (testamento biologico): dichiarazioni scritte con cui si manifesta la propria volontà rispetto all’adozione di interventi terapeutici in caso di grave malattia. Tali documenti hanno ottenuto un riconoscimento etico ma non giuridico; per quest’ultimo si battono associazioni come Exit-Italia, LiberaUscita e la Consulta di Bioetica.

Sono pochi i paesi che hanno legiferato in materia: oltre a Olanda e Belgio, gli altri si sono limitati a depenalizzare l’assistenza al suicidio in particolari situazioni (l’Oregon nel 1997, la Colombia). Siamo ancora lontani da un quadro normativo che tuteli il diritto a una «morte dignitosa», ma è auspicabile qualunque azione liberi dal dubbio di una strumentalizzazione dell’eutanasia, schermo dietro il quale nascondere inefficienze della società contemporanea.

Articolo pubblicato originariamente in Confini, settembre 2006, a firma di Federica Verga.

Condividi questo articolo

Ancora da Diritto e Volontà

Diritto e Volontà

Fine vita, l’Italia a più velocità

Nel dibattito sul fine vita parole diverse vengono spesso confuse. Mettere ordine è il primo passo per capire quali diritti esistono e quali decisioni mancano.

Diritto e Volontà

Leggi sulla cremazione: la confusione continua

Il punto sulla legislazione cimiteriale e funeraria: la legge 130 del 2001, la mancata approvazione del regolamento attuativo, il fiorire di leggi regionali in ordine sparso e i nodi ancora aperti sulla dispersione e…

Lettere dai Confini

Articoli, letture, documenti d'archivio e appuntamenti per attraversare il presente da un'altra prospettiva.

Iscriviti alle Lettere →