Donare il corpo alla scienza
Alcuni sondaggi fatti in anni recenti in Europa su come le persone desiderano morire hanno restituito una risposta quasi unanime: nel sonno, senza consapevolezza. Tuttavia, da qualche tempo, si può rilevare un’inversione di tendenza, connessa con l’esigenza di prendere in vita alcune decisioni importanti riguardo alla destinazione delle proprie spoglie.
Una volta morti si può ancora essere utili? Dopo che i trapianti d’organo sono diventati una pratica consolidata, la risposta parrebbe ovvia, ma esiste un’altra forma di utilizzo di un corpo senza vita, altrettanto utile e importante. Questa opzione si chiama «donazione del corpo post mortem a fini di studio e di ricerca scientifica» ed è una pratica che in molti stati è diventata prassi normale.
In Italia, invece, poco o nulla si parla del lascito del proprio corpo alla scienza. Si pensa erroneamente che la medicina non abbia più bisogno di lavorare sui cadaveri. Viceversa, il perfezionamento di tecniche chirurgiche innovative dipende in gran parte da tale possibilità. Già nel Settecento, nell’Encyclopédie, alla voce Cadavre si scriveva che «dovrebbe esistere una legge che vietasse l’inumazione del corpo prima della sua dissezione».
Di questo delicato problema il Parlamento italiano è stato investito nel giugno dell’anno scorso. La normativa vigente non disciplina la materia in modo esplicito. L’on. Katia Zanotti, unitamente ad altri 32 colleghi, ha presentato una proposta di legge finalizzata a colmare queste lacune, prendendo come riferimento l’esperienza maturata in altri paesi. In Francia è in vigore dal 1960 una normativa che concerne la donazione del corpo, grazie alla quale fino a oggi sono stati donati alle università francesi 50 mila corpi. Attualmente, il 50 per cento dei partecipanti ai corsi pratici francesi è italiano.
La proposta prevede la creazione di centri di riferimento per la conservazione e l’istituzione, presso l’ufficio di Stato civile del comune di residenza del donatore, di un apposito elenco speciale. Per donare il proprio corpo, senza fini di lucro, sarà sufficiente un testamento olografo in duplice copia. La salma dovrà essere restituita alla famiglia in condizioni dignitose entro un anno dalla presa in consegna.
L’ateneo torinese ha una tradizione ormai centenaria nel campo della donazione a fini scientifici: un propugnatore di questa pratica fu lo psichiatra e antropologo Cesare Lombroso, che nel 1909 lasciò ai suoi studenti il proprio corpo. «Un cadavere è utile, per non dire indispensabile», conferma la dott.ssa Grazia Mattutino del Dipartimento di Anatomia e Medicina Legale dell’Università di Torino. «Un chirurgo che ha fatto pratica sul morto, sarà un ottimo chirurgo». Questo articolo vuole rappresentare un primo contributo di informazione e di riflessione su una questione di grande rilevanza, ma di cui ben pochi hanno consapevolezza.
L’articolo è corredato dal testo della proposta di legge n. 1020 dell’8 giugno 2006, d’iniziativa dei deputati Zanotti e altri, «Disposizioni in materia di donazione del corpo post mortem a fini di studio e di ricerca scientifica», di cui il fascicolo riporta gli otto articoli. L’elenco completo dei deputati firmatari è riportato sul cartaceo.
Articolo pubblicato originariamente in Confini, maggio 2007, a firma di Marco Novarino.