A volte si “ritorna”
Diritto e Volontà

A volte si “ritorna”

1 Maggio 1995 · di Redazione Confini Magazine
7 min di lettura

Qual è il momento della morte? La scienza sembra convinta di poter tracciare il limite tra l’essere e il non essere, ma sovente in questo campo le sicurezze sono un’illusione.

L’argomento è tabù. Muove le corde più profonde del nostro immaginario e se vivere è un mosaico d’emozioni, morire è forse l’emozione più grande. E di fronte alla convinzione della Scienza di poter tracciare con matematica sicurezza il confine tra l’essere e il non essere resto sempre un po’ perplessa.

Ricordo che avevo pochi anni quando sentii, per la prima volta, parlare di coma. Fu il racconto di mio nonno Carlo, a proposito di un suo grave incidente sul lavoro: il volo da un’impalcatura, il trauma cranico, lo stato di coma durato molti giorni. Mio nonno mi raccontò che mentre si trovava in stato di incoscienza, aveva visto «dall’alto» il proprio corpo steso sul letto d’ospedale, i medici che si avvicendavano al suo capezzale, mia nonna e mia mamma che gli accarezzavano il viso mentre piangevano.

E aggiunse un particolare che colpì moltissimo la mia fantasia di bambina: «All’improvviso, mi trovai in un prato pieno di luce: attorno a me c’erano molte persone che emanavano un diffuso chiarore e sentivo, distintamente, una musica dolcissima che non saprei ripetere. Mi fu detto, non so da chi, che non era tempo, per me, di andare con loro. Poco dopo mi risvegliai dal coma».

Quell’esperienza verrebbe senz’altro catalogata dai medici, semplicemente, come un sogno. Eppure mio nonno, lo ricordo bene, ogni volta insisteva: «Non fu un sogno. Io ero staccato dal mio corpo, non mi sono mai più sentito in quel modo in tutta la mia vita. Era una sensazione del tutto diversa». Il confine. Il confine non varcato. Ma la Scienza vive di certezze, mentre la filosofia a ogni certezza raggiunta fa seguire una nuova incertezza. E la medicina, nata dal positivismo ottocentesco, vive la lunga stagione della tecnologia, della «matematica sicurezza» data dagli strumenti.

«Avete mai visto, o vi risulta che qualcuno abbia mai visto un atomo? No. Eppure credete fermamente all’esistenza degli atomi. Analogamente quasi tutti possono giungere ad accettare intellettualmente, sia pure senza una prova definitiva, che vi è un’altra dimensione dell’esistere nella quale entra l’anima al momento della morte». Lo sostiene Raymond A. Moody jr., nel suo libro «La vita oltre la vita».

Ma qual è il momento della morte? I governi emanano leggi per stabilire il punto di non ritorno. E le notizie di stampa, criticate dalla categoria degli «esperti», vengono spesso giudicate «false e tendenziose». Si parla con leggerezza, è vero, di cose di medicina; soprattutto quando si scrive che un malato si è risvegliato da un coma «irreversibile». Se si trattasse soltanto di un errore, pazienza: ma qui è in gioco la delicata e complessa macchina dei trapianti e se nell’immaginario collettivo s’insinua il dubbio che si possa tornare indietro addirittura quando ormai si hanno entrambi i piedi nella fossa, il grafico delle donazioni di organi rischia di scendere sotto zero.

Corrado Manni, direttore dell’Istituto di Anestesiologia e Rianimazione dell’Università Cattolica di Roma, e anestesista di Giovanni Paolo II, accusa i giornalisti di rincorrere sempre e comunque lo «scoop», costi quel che costi. Ha ragione. Li accusa di attribuire tutto il merito del risveglio da certe condizioni di coma alla canzone preferita del paziente e alle stimolazioni somato-sensoriali (acustiche, visive e tattili), dimenticando il ruolo di delicate terapie farmacologiche, strumentali e fisioterapiche. E ha ragione. Li accusa di sottolineare la presunzione dei medici. E qui sbaglia. Perché la presunzione dei medici, di certi medici, non sarà mai sottolineata abbastanza.

Alla facoltà di Medicina non s’insegna ad accettare la sconfitta. Non si insegna abbastanza a stare accanto al moribondo e questa, tra parentesi, è la ragione per cui si fa sempre più strada l’ipotesi dell’eutanasia: un modo «dolce» di non guardare in faccia la morte. E la morte sgomenta proprio perché non la si conosce. Si può osservare soltanto la sua maschera, l’imperscrutabile quiete sul volto di chi sembra aver assunto l’espressione dell’infinito. Ma voler avere a tutti i costi la matematica certezza di «quel momento» di passaggio, mi pare davvero una presunzione troppo grande, perfino per l’Uomo al centro dell’Universo.

La legge parla chiaro: 1) stato di incoscienza; 2) assenza di riflessi del tronco; 3) assenza di respirazione spontanea dopo la sospensione della ventilazione artificiale; 4) silenzio elettrico cerebrale. In queste condizioni una persona è dichiarata morta. Segue una verifica del permanere di tale stato per un periodo di osservazione che varia con l’età del paziente: sei ore per i soggetti di età superiore ai 5 anni; dodici ore per i bambini di età compresa tra 1 e 5 anni; ventiquattr’ore per i bambini di età inferiore a 1 anno e superiore a una settimana. Si fa distinzione tra stato vegetativo persistente e coma. Il primo, ci spiegano i medici, si differenzia dal coma perché, mentre il coma è uno stato temporaneo e ha come caratteristica principale l’assenza di risveglio spontaneo, lo stato vegetativo persistente è una condizione cronica, ma non sempre irreversibile. Mentre la cosiddetta «morte cerebrale» lo è. Il termine «coma irreversibile», secondo il professor Manni, dovrebbe essere pertanto abolito dal vocabolario perché «privo di qualsiasi significato scientifico e generatore di confusione».

Sono queste le certezze della Scienza. A che scopo? Per esorcizzare, definendone i confini, l’emozione più forte di tutte: la paura di morire. Così l’uomo, nel suo continuo tentativo di sconfiggere un’essenza che gli sfugge, cerca almeno di ingabbiarla: stabilisce i confini della morte così come manipola i semi della vita.

Le ragioni addotte sono encomiabili: da una vita distrutta può nascerne un’altra. Da una rosa spezzata, può sbocciare un altro fiore. È nobile il gesto di chi, ancora in vita, decide di riservare i propri organi a chi ne avrà bisogno quando a lui non serviranno più. E sembrerebbe altrettanto nobile l’impegno dei chirurghi nel sostituire organi malati con altri organi in buono stato e dei rianimatori nel segnalare ogni condizione di coma per cui «non c’è più nulla da fare». Meno nobile, a mio avviso, lasciare che 6 milioni di bambini nei Paesi in via di sviluppo muoiano, ogni anno, di polmonite e dissenteria. E non voglio pensare che la Scienza, la grande Madre Scienza, ne faccia una questione di colore della pelle. Così com’è meno nobile l’anatema che si abbatte su quei genitori che, straziati dal dolore di dover assistere all’agonia dell’unico figlio, rifiutano il consenso al prelievo dei suoi organi. Non importa che un uomo in camice bianco dica loro che, tanto, il figlio è morto. Non importa che la commissione preposta abbia stabilito, nei tempi e nei modi descritti dalla legge, che quel paziente è irrimediabilmente perduto. «Non c’è più nulla da fare» è una frase che nessuno vorrebbe sentirsi dire. A quei genitori importa che nessuno apra il petto o l’addome dei loro figlio, lo vogliono accompagnare all’ultima dimora con tutti gli organi intatti. È un loro diritto. È un loro altissimo codice etico che nessuno si può permettere di giudicare, neppure in nome della salvezza (ma è sempre così?) di un’altra persona.

Ma spesso, alla tragedia che entra improvvisa in una casa, si accompagna il senso di colpa per aver rifiutato di donare gli organi di una persona amata. E meno nobile ancora è quanto sentii dire, anni fa, da un noto rianimatore che commentava l’entrata in vigore della legge sul casco obbligatorio per i motociclisti: «Si è paurosamente abbassato il numero dei donatori». È vero: si è «paurosamente» abbassato il numero dei giovani che sono entrati in coma in seguito a incidente. Come a dire: per fortuna esistono ancora i tuffi in piscina, le cadute da bicicletta, gli investimenti stradali… Il fatto e la frase di quel medico si commentano da sé.

Ma, allora, dove sta il confine? Qual è il momento in cui si muore? A chi credere, su chi confidare per essere certi di non commettere delle ingiustizie? Credo che il confine lo stabilisca ognuno di noi. Credo che la propria coscienza, interrogata a fondo, sia l’unica in grado di darci una risposta attendibile. E, soprattutto, credo che la risposta non sia per tutti la stessa. Così ben vengano i coniugi Green che offrono tutto del loro figlioletto Nicolas ucciso in Calabria dai briganti d’autostrada. Ma si rispetti anche chi la pensa in modo diverso. E perfino chi ha il coraggio di credere ancora nei miracoli.

Articolo pubblicato originariamente in Confini, maggio 1995, a firma di Daniela Daniele.

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