Dispersione o conservazione? Una scelta su cui riflettere
Con la legge 130 sulla cremazione, del 30 marzo 2001, anche in Italia è divenuto possibile far disperdere le proprie ceneri. È un risultato positivo per il mondo cremazionista, che si era battuto per il riconoscimento di questo diritto. In attesa delle norme applicative, si può fare qualche considerazione non dal punto di vista giuridico, ma da quello delle scienze umane, rifacendoci all’esperienza di altri paesi europei che hanno alle spalle anni o decenni di dispersione legittima.
In Inghilterra, dove le cremazioni sono ormai il 71%, è in rapida crescita la tendenza a portar via le ceneri dai crematori per disperderle con cerimonie private: una passeggiata sulla montagna prediletta dal defunto e la roccia dove egli era solito riposarsi. L’antropologo Douglas Davies, nel suo libro sui riti funebri, porta molti esempi in questa direzione. Da un lato pare che questa disponibilità dei resti consenta un rapporto più intimo con le spoglie dei propri cari; dall’altro, sembra che una sorta di senso di vuoto si impossessi di chi ha disperso le ceneri, pur con il più intenso sentimento di partecipazione.
Secondo Patricia Belhassen, nel suo La crémation, le cadavre et la loi, l’esperienza della dispersione può indurre un senso di smaterializzazione, e l’assenza di un luogo dove tornare rischia di mettere in difficoltà chi resta. A suffragare questa convinzione, la Belhassen cita l’esperienza del crematorio di Auxerre, in Francia, dove i parenti che avevano optato per la dispersione, e ai quali era stato richiesto di attendere un mese, alla fine di quel mese di riflessione avevano quasi tutti mutato opinione, scegliendo la conservazione delle ceneri.
Una considerazione di carattere generale si può fare. Se fino a pochi decenni fa la cremazione è stata, in Occidente, un rito volto a ridurre al minimo la ritualità stessa, oggi, mentre si avvia a diventare una scelta di massa condivisa dai cattolici, sta mutando di segno anche dal punto di vista del suo apparato rituale. Non è un caso che la legge 130 richieda che tutti i crematori si dotino di una sala per il Commiato. Definirei questo insieme di bisogni come forme di una nuova tensione della pratica della cremazione verso la ritualità.
Riconosciuto il giusto diritto a poter disperdere per coloro che sentono profondamente tale desiderio di rientro nella natura, è necessario riflettere sulle conseguenze che avrebbe questa scelta se venisse universalizzata: niente più cimiteri, e un netto passaggio della memoria dal luogo fisico a un luogo puramente mentale, la memoria del cuore che si sostituisce alla memoria della pietra. La pietra ha la caratteristica di resistere per più generazioni, mentre il ricordo della mente si esaurisce in una o due. Ecco perché è bene riflettere su ciò che si intende per «culto dei morti» e per «memoria» nel momento di operare la scelta.
Articolo pubblicato originariamente in Confini, gennaio 2002, a firma di Marina Sozzi.