Donare il corpo alla scienza: è già possibile
Il problema della donazione del proprio corpo alla scienza è stato richiamato da Marco Novarino sul numero di «Confini» del maggio 2007, e da allora diversi lettori, anche medici, ne hanno sottolineato l’importanza. Pubblichiamo perciò la testimonianza di Ambrogio Vaghi, presidente della Socrem di Varese. Alcune Socrem hanno affrontato il tema nei limiti della legislazione attuale, e nella Regione Lombardia qualche risultato è stato ottenuto.
Il caso concreto che ha indotto la Socrem di Varese a prendere un’iniziativa riguarda il socio ingegner Antonino Mazzoni, già avanti con gli anni ma ancora fresco di mente e di gambe, che espresse il desiderio di donare il proprio corpo alla scienza, convinto che studenti e specializzandi avrebbero avuto gravi limiti nella loro preparazione professionale senza esercitarsi. La questione fu approfondita richiamando l’articolo 32 del Regio Decreto 1592 del 1933, il vecchio Testo Unico delle leggi sanitarie, che regolava l’utilizzazione dei cadaveri delle persone che avessero espresso una volontà esplicita, riservandola alle sale settorie degli Istituti Universitari delle facoltà di Medicina e Chirurgia. Le successive modifiche non innovarono questa parte; di conseguenza i rappresentanti del Coordinamento Regionale delle Socrem della Lombardia, consultati nella preparazione della Legge Regionale n. 22 del 18/11/2003 e del successivo Regolamento di attuazione, fecero presente la necessità di favorire le donazioni a scopo di ricerca scientifica. L’articolo 44 del Regolamento stabilisce che l’impiego per finalità di studio e insegnamento si estende alle sale settorie delle strutture sanitarie accreditate, che l’ufficiale di stato civile accerta la volontà del defunto, che le spese di trasporto e di seppellimento o cremazione sono a carico della struttura e che è vietato il commercio dei cadaveri.
Convinti del valore umanitario e sociale delle donazioni, i dirigenti della Socrem di Varese nel 2005 hanno informato i soci sottoponendo loro i testi di due dichiarazioni testamentarie, riferite alla donazione degli organi e alla donazione del cadavere a scopo di studio. Ben 84 soci hanno via via espresso la volontà di donare il proprio corpo, affidandone il rispetto al Presidente pro tempore della società, nominato formalmente esecutore testamentario: un successo, ma anche una pesante responsabilità in mancanza di procedimenti operativi collaudati, richiesti ma mai ottenuti dall’ASL.
La prima esperienza è stata realizzata alla fine di gennaio, in occasione della morte dello stesso «promotore», l’ingegner Antonino Mazzoni, all’età di 103 anni. Coinvolto immediatamente, il Magnifico Rettore dell’Università dell’Insubria, prof. Renzo Dionigi, dispose rapidamente per l’accettazione della donazione e per tutte le procedure conseguenti. Il socio, ateo convinto, aveva escluso qualsiasi rito funebre e disposto l’annuncio della morte solo a cremazione avvenuta; purtroppo, data la sua notorietà, i giornali diedero subito la notizia, e l’ampio riscontro mediatico fece dell’ingegnere un promotore involontario dell’idea, oltre che autore di un gesto umanitario. La salma fu studiata in successione da tre gruppi di specializzandi diretti dai professori di Ortopedia, Otorinolaringoiatria e Chirurgia, per la messa a punto di tecniche operatorie; il tutto con assoluta celerità e discrezione, e la cremazione avvenne non più di due giorni dopo. La Socrem di Varese, proprio nel corso di quest’esperienza, ha individuato alcune criticità che vorrebbe superare con un protocollo d’intesa con l’Università o altre strutture sanitarie. Anche in mancanza di una legge nazionale organica, dunque, si può procedere sollecitando le singole Regioni, che hanno piena potestà in materia sanitaria, e si aprono nuovi spazi di intervento per le Socrem.
Articolo pubblicato originariamente in Confini, maggio 2008, a firma di Ambrogio Vaghi.