Eutanasia, discutiamone insieme
Nel corso degli scorsi mesi tre vicende umane drammatiche hanno riportato in primo piano il problema dell’eutanasia. Ezio Forzatti, professore milanese, decide il 21 giugno 1998 di staccare il respiratore alla moglie in coma irreversibile; arrestato per omicidio volontario, viene assolto in appello il 24 aprile 2002 perché il fatto non sussiste. Miss B., assistente sociale tetraplegica, ottiene dall’Alta Corte di Londra il diritto di farsi staccare il polmone artificiale e muore in pace il 29 aprile 2002. Diane Pretty, malata di una grave degenerazione del sistema nervoso, chiede invano che il marito possa porre fine alle sue pene: i tribunali inglesi e la Corte di Strasburgo le negano l’autorizzazione, e morirà il 12 maggio 2002.
Da un punto di vista giuridico i tre casi presentano differenze rilevanti. Ma è più difficile riconoscere differenze da un punto di vista umano: uguale è la condizione di terminalità della malattia, l’intollerabilità delle sofferenze, la riduzione della vita a quasi nulla. In che cosa la sofferenza di Diane Pretty è diversa da quella di Miss B.? Perché deve così severamente pagare il fatto di non essere — ancora — attaccata a una macchina?
È utile distinguere i termini. L’eutanasia attiva è l’atto con cui un medico, su richiesta del paziente, usa un farmaco letale per aiutarlo a morire: in Italia è condannata, assimilata a un omicidio del consenziente. L’eutanasia passiva, più propriamente «interruzione dei trattamenti», è tollerata, poiché l’obbligo del medico di curare cessa quando il malato terminale, informato, chiede consapevolmente la sospensione delle cure. Il suicidio assistito — in cui è il paziente a togliersi la vita e il medico si limita a fornire i farmaci — è perseguito in Italia ma depenalizzato in Svizzera. Il testamento biologico, infine, raccoglie le volontà del malato sul rifiuto dell’accanimento terapeutico.
Di certo queste vicende ci obbligano a riaffrontare il tema della fine della vita con urgenza. Un’urgenza che, paradossalmente, sono proprio i progressi della medicina a determinare. «Confini» non può e non deve prendere una posizione: può e deve offrire ai propri lettori informazioni, elementi di riflessione, opinioni a confronto.
Articolo pubblicato originariamente in Confini, settembre 2002, a firma di Ezio Quarantelli.