Eutanasia? Sì, ma non solo
Diritto e Volontà

Eutanasia? Sì, ma non solo

1 Settembre 2006
2 min di lettura

Ormai da molti decenni il tempo della morte non è più quello stabilito dalla natura. Quasi nessuno muore senza almeno un’interferenza dell’apparato sanitario. In questo contesto, l’eutanasia assume il significato di una «riappropriazione» della propria morte da parte del soggetto, contro ogni autorità: contro le autorità religiose che pretendono di assegnare alla vita un’intangibile sacralità, ma anche contro le autorità medico-sanitarie nelle cui mani è finito tanto potere di tracciare confini tra morte biologica, sociale e cerebrale. «Voglio morire a modo mio purché questo non danneggi i diritti altrui»: è lo slogan del movimento inglese del «revival of death».

È prevedibile che molte delle resistenze che oggi impediscono la legalizzazione dell’eutanasia verranno accantonate in futuro. Tuttavia bisogna riconoscere che quello di morire non è un diritto come gli altri. Avanzo alcune proposte affinché l’eventuale, futura introduzione dell’eutanasia non coincida con la compromissione di altre libertà.

In primo luogo, la richiesta di riconoscimento dell’eutanasia si inserisca in una più ampia battaglia per l’ampliamento dei diritti del malato. Il primo di questi è il diritto a essere compiutamente e sinceramente informato della propria condizione. Stupisce che si insista tanto sul testamento biologico, mentre ancora oggi molti malati gravi in stato di piena coscienza non sono debitamente informati della loro prognosi, come invece è avvenuto in America e in Inghilterra con il movimento per la «open awareness».

In secondo luogo, si rafforzino le cure palliative. Una delle ragioni della popolarità dell’eutanasia è il timore della degenerazione fisica. Ma quando ci ammaliamo la prospettiva cambia: moltissimi malati, dopo lo shock, ridefiniscono completamente gli ordini di rilevanza e fanno la sconcertante scoperta di voler continuare a vivere anche se malati. Tra cure palliative ed eutanasia non vi è contraddizione: si tratta in entrambi i casi di evitare che la «morte sociale» preceda troppo quella biologica.

In terzo luogo, il problema dell’eutanasia non dovrebbe essere separato da quello più generale della malattia e della morte e dalla riconsiderazione del loro significato. Giornali e TV diano più spesso la parola ai malati, ai «racconti dei perdenti» che hanno ancora tantissime cose da insegnarci sulla vita. È necessario un grande sforzo di immaginazione politica, una volontà di innovazione culturale che sequestri il tema della morte agli angoli oscuri della rimozione collettiva. Il dibattito sull’eutanasia può rappresentare una grande opportunità per avviare questo processo.

Articolo pubblicato originariamente in Confini, settembre 2006, a firma di Marco Marzano.

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