I nuovi immortali
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I nuovi immortali

17 Settembre 2026 · di Giovanni Vagnone
6 min di lettura

La corsa dei miliardari contro l’invecchiamento porta la biologia nel mercato e prepara una nuova forma di potere

Quando Altos Labs si presentò al mondo, nel gennaio del 2022, aveva già raccolto tre miliardi di dollari. Per una società appena nata era una somma fuori misura, sufficiente a reclutare scienziati di primo piano e a concedere loro anni di ricerca senza l’assillo del risultato immediato. Tra i finanziatori indicati dalla stampa compariva Jeff Bezos, sebbene la società non abbia mai reso pubblico l’elenco completo dei propri sostenitori. L’uomo che aveva trasformato la consegna di un pacco in una scienza esatta metteva denaro in un’impresa assai meno docile: capire se una cellula vecchia possa tornare giovane.

I ricchi hanno sempre cercato di guadagnare tempo. In passato compravano il marmo migliore, fondavano istituzioni destinate a portarne il nome oppure organizzavano con cura la discendenza. La sopravvivenza riguardava la memoria e il patrimonio. Una parte dell’aristocrazia tecnologica tenta ora di intervenire qualche passo prima, quando il tempo è ancora tessuto vivente e la vecchiaia può essere descritta attraverso processi biologici.

La parola scelta dal settore è longevità. Immortalità suona male davanti a un comitato scientifico e ancora peggio davanti a un’autorità sanitaria, che approva farmaci contro malattie definite. Si parla quindi di healthspan, gli anni trascorsi in buona salute, e di terapie rivolte alle patologie associate all’età. La scelta delle parole ha una ragione pratica, perché protegge da promesse che nessuno può mantenere. Sotto questa cautela lavora una convinzione precisa: l’invecchiamento possiede cause osservabili e almeno alcune potrebbero essere modificate.

La ricerca dispone ormai di una mappa molto più ricca rispetto a vent’anni fa. Nel 2023 un’ampia revisione pubblicata su Cell ha raccolto dodici meccanismi dell’invecchiamento, comprendendo l’instabilità del genoma e le alterazioni epigenetiche, la senescenza cellulare e l’infiammazione cronica. Questi fenomeni interagiscono. L’età resta il maggiore fattore di rischio per molte malattie affrontate separatamente dalla medicina; agire sui processi comuni significherebbe anticipare il danno, invece di curarne gli effetti quando un organo ha già ceduto.

Altos concentra gran parte del proprio lavoro sulla riprogrammazione cellulare. La strada fu aperta dalle ricerche di Shinya Yamanaka, che individuò un gruppo di fattori capaci di riportare cellule adulte verso uno stato simile a quello embrionale. Il problema comincia proprio nel punto in cui l’esperimento riesce: una cellula completamente riprogrammata perde la funzione svolta nel tessuto e può proliferare in modo pericoloso. La riprogrammazione parziale cerca di fermare il processo prima di quella soglia, cancellando alcuni segni dell’età senza fare dimenticare alla cellula se appartiene al fegato o alla pelle.

Nei modelli animali sono stati ottenuti risultati che meritano attenzione, mentre il passaggio all’uomo richiede cautele severe. La stessa plasticità che permette a una cellula di recuperare caratteristiche giovanili può favorire tumori oppure alterare l’identità dei tessuti. Altos presenta la propria missione come un tentativo di restituire salute e capacità di risposta alle cellule, evitando promesse sulla durata della vita. Per arrivare in clinica servirà dimostrare un beneficio su una malattia precisa, con rischi misurabili.

Intorno a questa frontiera si è raccolta una parte consistente del capitale tecnologico americano. Sam Altman ha investito 180 milioni di dollari in Retro Biosciences, società che dichiara di voler aggiungere dieci anni alla vita umana in buona salute. Brian Armstrong, fondatore di Coinbase, ha cofondato NewLimit, impegnata nella riprogrammazione epigenetica; nel giugno 2026 l’azienda ha annunciato un finanziamento da 435 milioni di dollari per avvicinare le prime terapie alla sperimentazione sull’uomo. Calico, creata da Google nel 2013 e oggi controllata da Alphabet, continua a studiare i meccanismi dell’età con tempi più vicini alla ricerca di base che alle consuete attese del mercato.

Le differenze fra queste imprese sono profonde, ma il denaro che le sostiene proviene dalla stessa cultura. Gli imprenditori della Silicon Valley hanno costruito fortune trattando i limiti come difetti temporanei di un sistema. Il corpo oppone una resistenza diversa da quella di un software e spesso reagisce agli interventi in modi imprevisti. Chi ha già modificato il modo in cui miliardi di persone comunicano e lavorano fatica ad accettare che il proprio organismo continui a obbedire a regole anteriori a ogni azienda.

L’intelligenza artificiale aggiunge velocità alla corsa. Può analizzare enormi quantità di dati biologici e suggerire molecole che difficilmente emergerebbero dall’osservazione ordinaria. Rimane uno strumento dentro una scienza sperimentale: una previsione ben calcolata deve funzionare nei modelli preclinici e superare poi la prova dell’uomo. Fra questi passaggi si apre lo spazio nel quale molte terapie promettenti sono scomparse.

Fuori dai laboratori si è intanto formato un mercato assai meno paziente. Cliniche della longevità e test sull’età biologica vendono al pubblico l’anticipazione di risultati ancora da dimostrare. Bryan Johnson ne è diventato il volto più noto, trasformando il proprio organismo in un esperimento quotidiano. La sua disciplina contiene indicazioni sensate sul sonno e sull’esercizio, mescolate però a procedure sostenute da prove di valore molto diverso. La paura di invecchiare facilita lo slittamento: il consumatore acquista una speranza mentre crede di comprare una cura.

La scienza più seria invita alla cautela. Le cellule senescenti si accumulano nei tessuti e contribuiscono all’infiammazione, ma svolgono funzioni utili nella riparazione delle ferite e nella soppressione di alcune crescite tumorali. Eliminarle indiscriminatamente potrebbe risolvere un problema aprendone un altro. L’organismo anziano conserva equilibri imperfetti che lo hanno comunque tenuto in vita; modificarli richiede una precisione posseduta oggi soltanto in parte.

Liquidare l’intero settore come il capriccio di uomini ricchi terrorizzati dalla morte sarebbe un errore. I capitali privati finanziano laboratori di alto livello e potrebbero produrre cure importanti. Una terapia capace di ritardare la fragilità o una demenza avrebbe un valore che supera qualunque caricatura sui miliardari in fuga dalla bara. La provenienza del denaro diventa decisiva quando si immagina la distribuzione dei risultati.

Il reddito determina già una parte della durata della vita attraverso l’accesso alle cure e le condizioni nelle quali si lavora e si abita. Se le prime terapie capaci di rallentare alcuni aspetti dell’invecchiamento fossero rare e molto costose, il privilegio acquisterebbe una misura biologica. Chi possiede grandi capitali comprerebbe anni durante i quali quei capitali continuerebbero a produrre reddito e influenza.

La successione introduce almeno una cesura nel potere personale: il fondatore muore, il patrimonio cambia mano e gli equilibri devono essere discussi di nuovo. Una vita molto più lunga rinvierebbe quel passaggio, lasciando imprese e fondazioni sotto la stessa volontà per decenni ulteriori. Il miliardario immortale appartiene ancora alla fantascienza, ma bastano progressi più modesti per cambiare i rapporti sociali. Dieci anni di salute aggiunti a una popolazione intera alleggerirebbero famiglie e sistemi sanitari; concessi soprattutto a una minoranza, prolungherebbero la distanza fra chi dispone del tempo altrui e chi deve vendere il proprio.

Per secoli il denaro ha consentito di lasciare dietro di sé un edificio oppure un cognome. La biotecnologia gli offre ora un’ambizione diversa: trattenere il proprietario accanto al patrimonio. Nessuno sa quanto riuscirà a mantenerla. Sappiamo chi potrà pagare i primi tentativi, e questo basta a fare della longevità una questione politica prima ancora che una vittoria della medicina.

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Giovanni Vagnone
Giovanni Vagnone
Direttore Responsabile

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