La “buona morte”
Diritto e Volontà

La “buona morte”

1 Maggio 1995 · di Redazione Confini Magazine
7 min di lettura

L’eutanasia è un delitto o un gesto di pietà? L’Olanda l’ha legalizzata. Negli Stati Uniti spesso i giudici sono «comprensivi». La Chiesa cattolica, invece, ribadisce la sua condanna nell’ultima enciclica di Papa Wojtyla.

«Non ho paura della morte: è un fatto naturale. Ho paura della sofferenza, del dolore, della vita che si trascina senza di me». Così Greg Louganis, il tuffatore ammalato di Aids, replicava ai cronisti — cinici per mestiere — che gli chiedevano del suo stato d’animo di fronte a una malattia senza speranza. Poche parole che, da sole, riassumono cinque secoli di dibattito e di scontri sulla «buona morte». Cinquecento anni compresi tra due estremi: da un lato Bacone che, già nel 1472, sosteneva «l’opportunità, in determinati casi, di aiutare il malato a morire». Dall’altro i legislatori olandesi che, poche settimane fa, hanno dato un’altra spallata all’ultimo tabù dell’era moderna, allargando ai malati incurabili non terminali il ricorso all’eu thanatos, la «buona morte» che libera dal dolore e dall’umiliazione delle sofferenze.

In mezzo, una lunga sequenza di casi controversi e pietosi. Come quello di Harriet Shulan, americana di Phoenix, Arizona. «Ho 82 anni, sono troppo vecchia per queste cose…», dice prima di un intervento cardiaco a cuore aperto. «Vi prego, lasciatemi morire», scrive su un foglietto qualche giorno più tardi, agganciata a una macchina per la respirazione artificiale, senza poter più parlare per i tubi che le premevano in gola e nel naso. Quando cerca di strappare i cateteri con le mani, i medici la fanno legare al letto. La figlia presenta un ricorso in tribunale, ma la sentenza arriva soltanto dopo quattro mesi. Quattro mesi che per Harriet sono di terribile sofferenza. Alla fine, i medici «liberano» la donna dalla macchina-prigione: lei, 20 minuti dopo, muore.

Ancora più tragico il caso di Daryl Doty, un boscaiolo di Sandpoint, Ohio. Nel ’93 un grosso albero cade dalla parte sbagliata: il fratello Curt, che lavora con lui, è sfiorato dai rami. Daryl è colpito in pieno e precipita in un coma profondo. Due anni più tardi, dopo aver chiesto per la millesima volta notizie ai medici, Curt entra nella camera del fratello con una pistola. Gli spara alla testa e rimane nella stanza ad aspettare la polizia: «Non ne potevo più di vederlo soffrire così».

Due casi opposti di «buona morte»? Oppure un gesto di pietà e un omicidio per egoismo mascherato da troppo amore? La distinzione non è da poco, visto che la polemica si è incagliata proprio sulle definizioni.

«L’eutanasia — dicono scienziati e teologi — è definibile come un modo di agire deliberato che mira, nell’interesse di un paziente inguaribile, ad abbreviarne la vita oppure a rinunciare a quei trattamenti che potrebbero prolungargliela. Nel primo caso l’eutanasia si definisce “attiva”, nel secondo “passiva”».

L’eutanasia passiva, o meglio il rifiuto del cosiddetto «accanimento terapeutico», è accettata quasi da tutti: le cure inutili ai malati irrecuperabili non piacciono neppure ai più accaniti difensori dei valori religiosi della vita. «Una sofferenza prolungata ed acuta produce spesso conseguenze negative per il bene della persona umana — ammetteva già nel 1980 un documento della “Congregazione per la dottrina della fede” —. Nell’imminenza di una morte inevitabile la decisione di rinunciare a trattamenti che procurerebbero soltanto un prolungamento precario e penoso della vita biologica si presenta come lecita in coscienza…».

L’eutanasia «attiva», quella di cui il caso Doty rappresenta la punta più violenta, è ancora nell’occhio del ciclone. Per il momento è permessa soltanto in Olanda. In America, dopo il «no» dei referendum in California e nello Stato di Washington, è consentita solo nell’Oregon. Ma solo sulla carta, visto che un giudice federale ha «congelato» l’entrata in vigore della legge che consente il «suicidio con assistenza medica». Anche negli States, comunque, il dibattito è apertissimo, come dimostrano le continue assoluzioni con cui si concludono i numerosi processi a Jack Kevorkian, il «dottor Morte» che ha ammesso una decina di «omicidi» per pietà. «La distinzione tra le due eutanasie è ipocrita — dice l’anestesiologo olandese Pieter Admiraal, uno dei precursori della “dolce morte” negli ospedali dell’Aja —. La semplice sospensione delle cure, spesso, non porta affatto a una morte “buona”, ma apre la porta ad ore di agonia dolorosissime. La possibilità di porre fine alla propria vita non è una grazia da chiedere implorando al legislatore: è un diritto naturale, già esistente e inalienabile in ogni uomo». Una posizione inconciliabile con i continui «no» delle autorità religiose. «I tentativi di legalizzare l’eutanasia — ha affermato il “Pontificio Consiglio per la famiglia”, e Papa Wojtyla lo ha ribadito con ulteriore forza nella sua ultima enciclica — non sono altro che il frutto di una mentalità negativa nei confronti delle persone anziane e del disprezzo per l’integrità del dono della vita».

Angelini: è soltanto un’idea da barbari

«Il giuramento di Ippocrate non è un testo religioso, ma addirittura pagano. Ed è fermissimo nella promozione e nella difesa della vita». Il cardinale Fiorenzo Angelini, presidente del «Pontificio Consiglio per la pastorale degli operatori sanitari», rifiuta di conferire al rifiuto dell’eutanasia una valenza soltanto religiosa. «La verità è un’altra — spiega — promozione e difesa della vita sono valori laici, fondati su basi razionali incontrovertibili. Nel mondo occidentale si è creata una divisione forzata tra scienza e fede…».

Monsignor Angelini non ha dubbi sulla «buona morte»: «L’eutanasia è un crimine — taglia corto —, al quale i medici, garanti sempre e soltanto della vita, non possono partecipare in nessun modo. Legalizzare l’eutanasia significa raggiungere, dopo l’aborto, un ulteriore approdo di morte».

Secondo il cardinale, non reggono le obiezioni di chi sostiene l’idea della morte invocata come una liberazione dagli ammalati terminali. «Chi chiede di morire — dice — è un malato che si sente solo, abbandonato al suo destino. Privo di una presenza amorevole, umana e cristiana. In questo senso, l’eutanasia è una sconfitta di chi la teorizza, la decide e la pratica. E soprattutto è esattamente l’opposto di quanto vogliono farci credere: non è affatto un gesto di pietà verso l’ammalato, ma un atto di autocommiserazione e di fuga, sociale e individuale, da una situazione che si è rivelata insostenibile. E non soltanto per il malato».

Diversa, nella scia di una tradizione vaticana cominciata ai tempi di Paolo VI, per il cosiddetto accanimento terapeutico. «Le agonie prolungate sono lesive della dignità del malato — dice Angelini —. Il medico deve difendere la vita, non ritardare la morte abusando di mezzi artificiali, tanto sfibranti quanto inutili».

Severino: è una scelta legata alla civiltà

Il tabù della «buona morte» è uno dei più resistenti sul fronte culturale italiano. Pochi, pochissimi, gli intellettuali che hanno pubblicato saggi o articoli per sostenere o difendere l’eutanasia. Tra questi, il filosofo Emanuele Severino che, sul «Corriere della Sera», prese posizione sulla polemica intorno a «Baby C», la bambina idrocefala inglese cui l’Alta Corte di Leeds, nella primavera del 1989, concesse il «diritto a morire».

Per Severino, di fronte a una «sofferenza straziante», è «perlomeno incoerente» che la legge rifiuti per principio il ricorso a «ogni forma di eutanasia». Il filosofo non distingue tra eutanasia attiva e passiva. Il suo punto di partenza è un altro. «Chi sopravvive a un tentativo di suicidio — spiega il professore — non è giuridicamente perseguibile: un individuo è libero di uccidersi. Ci si può voler uccidere perché si soffre troppo: ci sono individui che vorrebbero uccidersi per questo motivo, ma non hanno la capacità fisica di farlo, e quindi chiedono al loro prossimo di essere uccisi. Ebbene, quella stessa società che non punisce chi è sopravvissuto al proprio tentativo di suicidio, punisce invece chi dà ascolto a quella richiesta e porta alla morte un essere umano che, pur volendolo, non ha la capacità di uccidersi da solo, ed è minorato persino nella capacità di morire».

Di qui una sorta di ingiustizia sociale: «In questo modo — continua il filosofo —, esistono i privilegiati che hanno la libertà di uccidersi ed esiste una minoranza di infelici che è priva di questa libertà. Sia chiaro, non sto esprimendo alcun giudizio sulla volontà di morire. Sto soltanto dicendo che, qualunque possa essere tale giudizio, quel sistema di leggi è incoerente. Essere tutti ugualmente liberi davanti alla morte, significa anche non essere costretti a vivere quando si vuole morire».

Articolo pubblicato originariamente in Confini, maggio 1995, a firma di Guido Tiberga.

Condividi questo articolo
Redazione Confini Magazine
Redazione Confini Magazine
Staff editoriale

Ancora da Diritto e Volontà

Diritto e Volontà

Fine vita, l’Italia a più velocità

Nel dibattito sul fine vita parole diverse vengono spesso confuse. Mettere ordine è il primo passo per capire quali diritti esistono e quali decisioni mancano.

Diritto e Volontà

Leggi sulla cremazione: la confusione continua

Il punto sulla legislazione cimiteriale e funeraria: la legge 130 del 2001, la mancata approvazione del regolamento attuativo, il fiorire di leggi regionali in ordine sparso e i nodi ancora aperti sulla dispersione e…

Lettere dai Confini

Articoli, letture, documenti d'archivio e appuntamenti per attraversare il presente da un'altra prospettiva.

Iscriviti alle Lettere →