L’albero dei ricordi
Avvocato Segre, Lei è considerato da tutti il padre della nuova legge. Chiediamo quindi una Sua valutazione complessiva del provvedimento.
Nell’insieme il mio giudizio è senz’altro positivo. La legge — che risulta dall’unificazione di diversi progetti di legge elaborati nel corso del tempo — soddisfa l’attesa di molti anni perché in definitiva riforma il regolamento di polizia mortuaria, semplifica le procedure e finalmente consente la dispersione delle ceneri in natura, che era un obiettivo da molti anni perseguito dal movimento cremazionista. L’unico aspetto sicuramente da deplorare è rappresentato dalla sorprendente revoca della gratuità.
La gratuità era stata introdotta per favorire la diffusione della cremazione, che presenta notevolissimi vantaggi rispetto agli altri sistemi di sepoltura: in primo luogo permette di contenere lo spazio destinato ai cimiteri. Al posto di una bara ci stanno 20 urne. Promuovere la cremazione significa operare affinché la città dei morti lasci spazio alla città dei vivi.
Per altro, io ho fatto recentemente una proposta. Premesso che l’obiettivo è quello di abolire nel lungo periodo qualunque tipo di balzello, forse nel breve-medio periodo potrebbe essere escogitata una soluzione del genere: così come il cittadino paga ogni anno, in relazione al suo reddito, un contributo al Servizio Sanitario Nazionale, nello stesso modo si potrebbe ipotizzare una tassa, ovviamente una tantum, sempre proporzionata alle disponibilità di ciascuno, con lo scopo di coprire gli oneri del servizio funebre.
Veniamo al problema della dispersione delle ceneri, che è stato reso finalmente possibile. Adesso si tratta di capire come è possibile organizzarla.
Effettivamente si tratta di una questione da affrontare. In Svizzera è nata recentemente una nuova tradizione in tema di dispersione delle ceneri: viene fatta la cosiddetta sepoltura biologica, seppellendo le ceneri del defunto ai piedi di un albero garantito. Nei cantoni di lingua tedesca esiste un’associazione che si chiama «Foreste di pace» che gestisce una ventina di cimiteri silvestri. In questi cimiteri, che sono poi dei boschi, non ci sono croci, né lapidi, né lumini. Semplicemente, alla base di ciascuno degli alberi nel cui terreno saranno collocate le ceneri di un defunto c’è una piccola targa verde. Mischiando la morte alla vita, rappresentata dall’albero, si crea un simbolo di continuità, che è molto significativo.
D’altra parte, tra gli ebrei esiste una tradizione simile. Ogni volta che nasce un bambino o muore qualcuno, l’ebreo iscritto alla comunità invia in Israele una somma di denaro che servirà a piantare un albero, che riceverà il nome del neonato o della persona scomparsa. In questo modo sono state impiantate intere foreste. Si potrebbe immaginare qualcosa di simile anche nel caso della dispersione.
Veniamo al problema del «rito», che è oggi piuttosto dibattuto. Qual è il Suo pensiero?
Io sono un libero pensatore e come tale sono un po’ freddo nei confronti di tutti i riti. Finché si tratta di pronunciare un ricordo del defunto, di ascoltare un brano musicale, sono d’accordo. Mi pare un atto di omaggio, più che un rito vero e proprio. La cremazione, fra i suoi vantaggi ideali, ha anche questo: la semplificazione, la riduzione a zero di ogni pompa.
Quali sono gli ostacoli più grossi alla diffusione dell’idea cremazionista?
Innanzitutto le tradizioni, che sono dure a morire. Il culto dei morti attraverso la sepoltura ha almeno mille anni alle spalle. Non possiamo pensare che scompaia da un giorno all’altro. L’obiettivo è duplice: garantire la diffusione della cremazione in tutto il paese, soprattutto al Sud; e renderla appetibile anche perché esente da qualsiasi onere. Questa è una partita che resta tutta da giocare.
Articolo pubblicato originariamente in Confini, settembre 2001, a firma di Redazione.