L’eutanasia come suicidio attenuato?
Nella prospettiva di una morte imminente e col fardello di una vita ormai insopportabile, l’uomo può scegliere di farla finita. Se trova in sé il coraggio, si suicida da solo; altrimenti chiede aiuto al medico o ai suoi cari. Ma perché alcuni chiedono aiuto per suicidarsi? Perché, suicidandosi, non preferiscono la morte alla vita ma nessuna vita a una vita insopportabile; e perché non vogliono assumersi la responsabilità di tale gesto da soli, ma vogliono essere giustificati da altri che lo condividano con loro.
L’eutanasia, in quanto suicidio assistito, diventa così un suicidio attenuato: un suicidio con mezzi tecnici usati professionalmente e a responsabilità condivisa, ben più «leggero» di un suicidio attuato coi propri mezzi. A questa eutanasia si può dire no, come fa la maggior parte degli Stati, oppure sì, come fanno l’Olanda, l’Oregon o la Svizzera.
La migliore ragione a favore del suicidio è che, senza la possibilità di togliersi volontariamente la vita, non ci sarebbe libertà: ogni oppressione incontra il suo limite nella volontà di vivere dell’oppresso. La migliore ragione contro è che il suicidio è una delle forme della distruttività umana, e ogni Società, basandosi sulla vita dei suoi membri, ha il dovere morale di contrastarlo. Ritengo che entrambe le posizioni, prese in assoluto, siano errate.
Se ne può uscire costruendo un’etica della conciliazione tra il massimo bene per l’individuo — la sua libera volontà di giudicare la vita — e il bene dell’Umanità, cioè l’appartenenza alla vita stessa. Si potrebbe riconoscere la libertà di suicidarsi a chi chiede aiuto per farlo, riconoscendo al medico il ruolo di colui che sempre difende la vita. Saremmo così di fronte alla realtà che effettivamente abbiamo dinanzi: chi non sopporta il peso della vita trova un medico che la difende, ma se vuole farsi aiutare a morire più dolcemente lo può fare attraverso i suoi cari, che troveranno comprensione da parte della società.
Articolo pubblicato originariamente in Confini, settembre 2002, a firma di Francesco Campione.