Una finestra aperta sul dolore
Poco meno di quarant’anni fa, il 3 dicembre 1967, lo sconosciuto cardiochirurgo sudafricano Christian Barnard effettuò all’ospedale Groote Schuur di Città del Capo il primo trapianto cardiaco umano. Questi interventi furono seguiti dalle testate giornalistiche di tutto il mondo e scatenarono consensi entusiasti e un certo numero di perplessità.
Oggi, oltre al cuore, si trapiantano reni, fegato, pancreas, polmoni e intestino; e poi le cornee, il tessuto osseo, le cartilagini, i tendini, la cute, le valvole cardiache. Dietro questa autentica «esplosione» vi sono uno straordinario progresso delle tecniche chirurgiche e terapie antirigetto sempre più efficaci.
Qual è la situazione italiana? L’Italia è terza (dopo Spagna e Francia) per numero di donatori effettivi. Nel 2006 il totale dei trapianti effettuati in Italia è stato di 3.190. Dal 1992 gli interventi sono quasi triplicati. Sono stati più numerosi i trapianti di rene (1.667), seguiti da quelli di fegato e, a distanza, da quelli di cuore (345). È particolarmente alta la sopravvivenza a un anno dall’intervento, decisamente superiore alla media europea.
Non manca qualche nota meno positiva: il numero dei donatori, pur crescendo, è ancora insufficiente. Questo genera dolorose liste di attesa, con conseguenze spesso infauste per i pazienti. Nel 2007, secondo dati del Ministero della Salute, sono oltre 10.000 i malati a cui serve un intervento.
Posto che non esistono riserve di tipo religioso, la principale riserva riguarda il momento e le condizioni dell’espianto, che avviene a cuore battente. In realtà l’espianto può avvenire solo dopo la conclusione di una rigida procedura che segue la constatazione di avvenuta morte encefalica. Si continua spesso a confondere lo stato di coma con la morte cerebrale: nel coma il paziente è vivo, anche se privo di coscienza, mentre nella morte cerebrale si constata la morte di tutte le cellule del cervello.
Oggi è necessario che l’aspirante donatore manifesti in vita la propria volontà. Per esprimerla sono offerte diverse possibilità: compilare il tesserino blu del Ministero della Salute, registrare la volontà presso la ASL o il medico di famiglia, stendere una dichiarazione scritta da portare con i propri documenti, o depositare un atto olografo presso l’AIDO. Se un cittadino non si esprime, la legge prevede la possibilità per i familiari di opporsi al prelievo. Non vi è dubbio che, se venisse resa operativa la disciplina del silenzio-assenso, tutto procederebbe in maniera più spedita.
Un riquadro redazionale dà conto del proscioglimento del medico di Welby: il 23 luglio il giudice del Tribunale di Roma, Zaira Secchi, ha ordinato il «non luogo a procedere» nei confronti di Mario Riccio, facendo riferimento all’art. 51 del codice penale, che prevede la non punibilità per chi adempie a un dovere.
Articolo pubblicato originariamente in Confini, settembre 2007, a firma di Giacomo Federici.