All’ultimo sprint
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All’ultimo sprint

1 Ottobre 1995 · di Redazione Confini Magazine
8 min di lettura

Allenamenti troppo pesanti, prodigi chimici, medici stregoni. Lo sport è salute, ma può anche uccidere. Molti atleti sono pronti a vendere l’anima pur di vincere. Il prezzo? In molti casi una morte prematura a 40-50 anni quando gli altri uomini, quelli «normali», sono ancora nel pieno della vigoria fisica.

«Sport è vita»: ecco lo slogan più usato e abusato nei tempi moderni per collegare l’attività muscolare con il desiderio dell’uomo di dimostrarsi forte, imbattibile, più bravo dei suoi simili. In una parola, appunto, «vivo». Lo slogan è moderno, ma in realtà sport è vita fin dalla nascita dell’uomo, mille e mille anni fa. Chi inventò l’atletica leggera? L’uomo primitivo che per sfuggire alle belve cominciò a correre come un disperato interpretando a seconda dei casi lo sprint dei 100 metri oppure la maratona; l’uomo primitivo che cominciò a lanciare i pesi, i sassi, i rami che poi levigati sarebbero diventati giavellotti, a saltare in alto o in lungo a seconda che dovesse superare dei guadi o altri ostacoli. Chi inventò il nuoto o il pugilato? L’uomo primitivo per non farsi travolgere dalle correnti o per difendersi da altri uomini.

Sport è vita fin dalla preistoria. Ma ora sport si sta coniugando sempre più spesso anche alla parola morte, quella che in realtà sembra la sua antitesi. Sport ancora oggi è sinonimo di giovinezza, di forza, di obbiettivi da raggiungere, di piani per il futuro. Morte è sinonimo di vecchiaia, di debolezza, di fine della storia. Ma perché gli estremi si toccano? Lo sport, codificato per certi fini nella Grecia di Olimpia, e poi riverniciato come trampolino di amicizia per i giovani di tutto il mondo all’epoca di De Coubertin, il barone francese che alla fine dell’800 reinventò i Giochi, si è profondamente modificato oggi nello spirito e nella sostanza. Coinvolge interessi enormi, fa dei campioni personaggi ricchi e famosi, è un diavolo tentatore sempre più insistente. Non esiste veicolo al mondo che dia più fama e ricchezza in un periodo di tempo così breve. Quanti giovani non venderebbero l’anima a questo diavolo, pur di raggiungere l’immortalità e la leggenda compiendo imprese sportive straordinarie?

Ma quale strada devono percorrere i giovani per compiere queste imprese straordinarie? Quella degli allenamenti che vengono portati all’eccesso, ai limiti dell’asfissia. Un esempio per tutti: il francese Michel Jazy, grande mezzofondista degli anni Sessanta, fu colpito da infarto quando era vicino alla cinquantina. Si scrisse allora senza perifrasi, in Francia, che era la conseguenza dei suoi allenamenti oltre ogni limite, perché non c’è doping peggiore del chiedere al proprio corpo sforzi insostenibili. Jazy correva e correva per ore, giornate. Credeva di esaltare il proprio fisico, invece lo piegò.

L’allenamento faticosissimo, portato avanti senza un lucido dosaggio, è il primo nemico. Ma si fa in fretta a salire un secondo e ancor più pericoloso gradino sulla strada della morte: per poter sopportare i 50 chilometri di corsa al giorno, per resistere alla fatica, ecco che nei tempi moderni l’atleta ha cominciato a chiedere sempre di più soccorso alla medicina. «Gli atleti sono come le auto di Formula 1», dicono i medici esperti del settore, «sono più bravi e più forti della gente comune ma, come le vetture di Formula 1, hanno più spesso bisogno del meccanico, sono orologi di precisione…». Ecco perciò che la medicina diventa il logico supporto per chi spreme a fondo il fisico. Potrebbe essere l’amica, la salvezza; ma molto spesso si trasforma in un’arma letale quando diventa chimica, alchimia, stregoneria per dare quel «qualcosa in più».

Non esiste nessuna statistica certa sulle morti da doping, nello sport. Ci sono stati casi sconvolgenti, inconfutabili. Il primo fu quello del danese Jensen, corridore dilettante alle Olimpiadi di Roma ’60; il più noto quello del ciclista britannico Simpson che al Tour de France, in una torrida tappa, morì in corsa sul Mont Ventoux (anno 1967) stroncato dal caldo che gli fece esplodere il cuore, in tilt per colpa delle «pozioni magiche» che l’avevano portato a dimenticare i propri limiti e dilatare troppo la soglia della fatica. Ci sono stati in anni recenti casi di culturisti deceduti per aver ingerito troppi steroidi anabolizzanti che hanno loro spappolato il fegato. Ma spesso la morte da doping arriva in modo più sottile, nel corso del tempo, porta a tumori e scompensi letali. Chi non vuole ammettere la perfidia dell’avvelenamento da farmaci assunti per diventare superman non collegherà la morte di un ex atleta quarantenne o cinquantenne con il suo passato sportivo; ma oggi si sa indiscutibilmente che è così. I supporti usati per gonfiare i muscoli creano impotenza, tumori alle vie urinarie, altri guai ancora. Ma per molti una scommessa con la propria esistenza val bene una medaglia olimpica o il portafoglio gonfio.

Una statistica fresca e aggiornata riguarda invece la «morte improvvisa» del praticante sportivo: colpisce soprattutto atleti maschi, giovani e in larga misura a livello «amatoriale». Lo ha messo in evidenza uno studio svolto da Paolo Zeppilli, direttore del Centro di medicina dello sport dell’Università Cattolica di Roma. In quasi 38 anni (dal 1957 al 15 maggio 1995), mentre erano impegnati in una prestazione sportiva, sono morti in Italia 175 atleti (169 uomini), 127 (72,6%) dei quali avevano meno di 35 anni di età e ben 149 (85,2%) erano «amatori». Sul totale di 175 morti improvvise, 141 (80,6%) si sono verificate durante l’evento sportivo (111 durante una gara e 30 in allenamento). Il fatto che la disciplina più colpita sia il calcio (96 morti), secondo Zeppilli non deve stupire troppo, visto che nel nostro paese i praticanti più o meno saltuari di questo sport sono milioni. Al secondo posto viene il ciclismo (19 morti), seguito dalla corsa di fondo (13) e dal basket (10), mentre 4 morti si sono avuti nella pallavolo, altrettanti nel pattinaggio, 3 nel tennis, 2 a testa in pugilato, sci, fondo, ginnastica, rugby, karate e uno a testa nel lancio del peso, sollevamento pesi, aerobica, salto in lungo, pallanuoto, judo, hockey, tiro a volo, ski-roll, ippica, lotta, paracadutismo, vela, bocce. Secondo Zeppilli, nel 75% dei casi le morti improvvise da sport hanno un’origine cardiovascolare.

Questo studio mette in evidenza sostanzialmente due cose: primo, che le vittime sono più spesso i dilettanti anziché i professionisti proprio perché vengono lusingati in modo scriteriato dalla sirena «sport è vita». Vogliono copiare i campioni senza aver sostenuto l’allenamento giusto, senza avere molte cognizioni degli sforzi da sopportare. Magari giocano a tennis quando la temperatura è torrida, e non hanno mai fatto un elettrocardiogramma sotto sforzo. In secondo luogo può stupire il fatto che non figurino quasi in questo studio le morti da sport violenti come il pugilato o pericolosi come il motociclismo, semplicemente per il fatto che i traumi causati da questi sport molto più spesso conducono alla morte nel giro di qualche mese che non nell’immediato.

Qui entriamo nel discorso dei pericoli che sono insiti in certi sport e inoltre dei pericoli che coscientemente gli sportivi vanno a cercarsi. Sono pericolosi ovviamente la boxe, gli sport dei motori, tutte le discipline cioè in cui il rischio è parte integrante della disciplina. Ricordate la tragica morte di Ayrton Senna a Imola il primo maggio del 1994? Si disse fatalità. Un’inchiesta ora ha appurato che ci fu la rottura dello sterzo. Ma chi sceglie quella professione sa che non si può andare a 300 l’ora senza sfidare ogni giorno la morte.

Ci sono gli sport «a rischio» e ci sono gli sport in cui «si rischia». Poiché la posta in gioco è sempre più alta, poiché la concorrenza è sempre più dura, gli sportivi per emergere sposano il pericolo ormai come bagaglio naturale del mestiere. Scendono in bici ai 70 l’ora dalle montagne, tentano in moto o in auto curve impossibili, nello sci sono diventati missili. Ricordate un anno fa? Una famosissima sciatrice austriaca, Ulrike Maier, si sfracellò in una gara di Coppa del Mondo. Ecco come aumentano le possibilità di coniugare la parola sport con la parola morte.

La coniugano volentieri anche i tifosi del calcio, per la verità. Lo sport è un modo per affratellare, come diceva De Coubertin? Oggi in molti uccidono con le parole, con slogan e striscioni a volte terrificanti per la loro volgarità e cattiveria. Poi questi slogan eccitano gli animi e portano a uccidere davvero, com’è avvenuto prima di Genoa-Milan, partita di campionato della primavera ’95, quando un giovane fu accoltellato fuori dello stadio di Marassi. Alla fin fine però lo sport nel cuore e nel cervello dei tifosi è sempre e solo «vita»: lo dimostrano le commosse reazioni popolari quando la morte comune, quella degli «altri», strappa gli atleti dal palcoscenico. Andrea Fortunato, giocatore della Juventus, se n’è andato a 23 anni, colpito da leucemia. C’era incredulità, rabbia, vero e proprio sdegno. Perché loro, gli idoli, sono considerati immortali.

Lo sport è vita perché spesso si distingue per generosità. Il dramma di Fortunato fa nascere la «fondazione», voluta da tanti suoi colleghi, Ravanelli in primis, per raccogliere fondi e combattere meglio questa malattia. Tanti altri drammi suggeriscono iniziative e partite benefiche per raccogliere fondi. Lo sport è vita perché gli Istituti di medicina dello sport, dotati di macchinari sempre più sofisticati, monitorano i campioni ma oggi applicano le loro scoperte di ogni tipo, a livello cardiologico, neurologico, muscolare, anche alla gente comune. E i giovani che vengono educati correttamente allo sport, che superano malattie e disagi perché sono temprati alla fatica, non debbono dir grazie alla cultura sportiva? Alla fin fine lo sport fa spesso l’occhiolino alla morte, ma serve ancor più spesso a migliorare la vita.

Articolo pubblicato originariamente in Confini, ottobre 1995, a firma di Gianni Romeo.

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