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1 Ottobre 1995 · di Redazione Confini Magazine
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Una rassegna di libri sul tema della morte, della cremazione e del fine vita, con una nota di approfondimento dedicata all’umorismo nero.

Incontri con la morte (M.L. Von Franz, L. Frey-Rohn, A. Jaffè, L. Zoja; Raffaello Cortina Editore 1992). La morte vista non più come ineluttabile evento, ma come esperienza estrema dell’uomo: richiamandosi alla «realtà dell’anima» junghiana, quattro saggi che delineano il concetto di morte/trasformazione verso un nuovo modo di essere.

Il medico, le lacrime. Un’esperienza di psicooncologia (O. Ferrari Varini, M. Mander; Tirrenia Stampatori 1995). Uno studio sul carcinoma mammario, la più traumatizzante tra le neoplasie che colpiscono le donne moderne. L’opera mette in rilievo il binomio corpo e anima, evidenziando, nell’era del progresso tecnologico, la necessità di un attento supporto psicologico a completamento della classica terapia medica.

Pensare la morte? (Vladimir Jankélévitch; Raffaello Cortina Editore 1995). Il tema della morte affrontato con humour effervescente da un filosofo che, ponendosi al confine tra l’esistenza e il nulla, evidenzia il valore di una nuova prospettiva del vivere attraverso l’esercizio del dubbio sui dogmatismi esistenziali.

La morte di Cicerone (Fruttero & Lucentini; Il Melangolo 1995). Il racconto della morte di uno degli uomini più grandi dell’antichità attraverso una moderna sceneggiatura in due atti del frammento n. 59 di Tito Livio.

La civiltà del gene (François Gros, a cura di S. Scannerini; Jaca Book 1994). Alla biologia molecolare sono bastati pochi decenni per sconvolgere tutto l’edificio delle scienze biologiche, aprendo prospettive inaspettate non solo alla sanità pubblica, ma anche all’agricoltura, all’allevamento e alla grande industria.

Non uccidere. Un inviato nel mondo sconvolgente delle manipolazioni sulla vita (Fabrizio Del Noce; Arnoldo Mondadori Editore 1995). Giornalista di lunga esperienza in prima linea, l’autore racconta straordinarie testimonianze, diverse fra loro per argomenti e circostanze (la fecondazione artificiale, l’aborto, l’eutanasia, la Bosnia, i trapianti, la pena di morte), ma tutte riconducibili al sogno atavico dell’uomo: il potere sulla vita e sulla morte.

La salute non è una merce. Efficacia della medicina e delle politiche sanitarie (P. Vineis, S. Capri; Bollati Boringhieri 1994). In molti Paesi l’allarme intorno ai costi crescenti della sanità pone problematiche come l’integrazione del pubblico con il privato; questi interrogativi dovrebbero essere accompagnati da un’analisi degli esiti della prevenzione e delle terapie, in termini di miglioramento dello stato di salute della popolazione.

Eutanasia: uscita di sicurezza (Derek Humphry; Eleuthera 1993). Sulla base dell’esperienza personale e di quella avuta come direttore della Hemlock Society, l’Associazione americana per l’eutanasia, l’autore si rivolge ai malati terminali che hanno valutato l’eutanasia come possibilità di porre termine alla vita, qualora la sofferenza diventasse insostenibile. Dà anche una serie di suggerimenti a medici e infermieri che assistono coloro che rivendicano il loro diritto alla «buona morte», la morte con dignità.

L’umorismo nero. Originale, molto documentato, non privo di carica polemica, è questo «La tradizione dell’umorismo nero» di Stefano Brugnolo (Bulzoni Editore 1994). Un libro che ripercorre il sottile filo letterario che lega comicità e morte, dal «Gargantua» di Rabelais a Jonathan Swift, da «Re Ubu» a Raymond Queneau. E proprio dal fondo bisogna partire, se si vuole capire l’intento dell’autore. Che apparentemente si limita a descrivere in tono distaccato l’umorismo nero nei secoli, come fenomeno di rivolta contro il mondo e le convenzioni borghesi: ma nel finale si lancia in una valutazione del ruolo sociale dell’umorismo e insieme in un’appassionata difesa della vita, della morte, dell’uomo. «Con la seconda guerra mondiale — scrive Brugnolo — l’ambivalenza costitutiva dell’umorismo nero, la sua oscillazione tra un’adesione rincarata a una realtà disumana e la sua sconfessione grandiosa e definitiva, diviene insostenibile, proprio perché le fantasie degli scrittori neri sembrano essere state prese alla lettera e trasformate in pratica corrente di crudeltà, rendendo definitivamente sospetto e impraticabile il mito dell’artista come assassino». Cita Queneau, che nel 1945 scriveva: «Ecco, nell’humour nero quello che mi disturba è la sua realizzazione pratica: la Germania nazista l’ha applicato con la massima metodicità. Ha realizzato una specie di dadaismo politico i cui precursori, sul piano letterario, potrebbero essere Swift e Sade». Dopo di allora, dice Brugnolo, l’umorismo nero si è trasformato quasi in luogo comune e si è diffuso nel cinema, nella letteratura, nelle canzonette e negli spettacoli di varietà, diventando solo un gioco fine a se stesso e perdendo tutta la forza di rottura del passato. «Proprio quelle origini scomode io ho inteso indagare — conclude — e dimostrare che esso fu uno dei modi più originali per affrontare la traumatica realtà del mondo moderno. Valeva la pena ricordarlo, dato che oggi è diventato spesso solo un espediente per esibire un’acquiescenza allegra e comoda al corso del mondo e alla sua inevitabilità».

Articolo pubblicato originariamente in Confini, ottobre 1995, a firma di Gisella Gramaglia (a cura di).

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