Sulle orme del diavolo
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Sulle orme del diavolo

1 Gennaio 1996 · di Redazione Confini Magazine
7 min di lettura

È una credenza diffusissima che il diavolo zoppichi. La zoppaggine ha sempre denunciato un rapporto-contatto con l’aldilà. Chi va o torna dall’altro mondo è spesso «segnato» da una asimmetria deambulatoria.

Il diavolo, travestito da monaco, forestiero, viandante, ha spesso tradito la sua identità negli zoccoli fessi, nei piedi equini o caprini, o palmati o ad artiglio. Nel «Faust» Mefistofele nasconde il piede di cavallo portando «come certi giovanotti» polpacci finti. Ha una lunga e vasta tradizione la credenza sui demoni dai piedi animaleschi e con il mantello: i loro piedi nascondono, per non lasciare scoprire la propria identità. La natura diabolica del «monachello» meridionale trapela talvolta dai suoi piedi equini, e piedi di cavallo ha pure l’«aguriello» calabrese. Nel Biellese ci sono folletti dai piedi d’anatra, e piedi di gallo ha il folletto trentino «zampe del gal» di Val Genova, che usa prendere le sembianze di un bel giovane per sedurre le ragazze, e finisce che la zampa che gli serve da piede gli rivela quando regolarmente la tradisce.

Le leggende piemontesi (e non solo quelle) narrano di «uomini selvatici», misteriosi forestieri giunti nelle valli da paesi sconosciuti a cultivare la terra, a fare il formaggio, ad addestrare il bestiame. Un giorno i contadini, sparsa nel luogo dove passavano, la sabbia accorgono che hanno i piedi di anatra, ma appena la loro deformità è scoperta, essi spariscono per sempre. Nelle valli occitane del Piemonte, al servizievole «servanot» (portava le mucche al pascolo, si rendeva utile nelle faccende di casa) si racconta che un giorno il padrone volle prendere la misura del piede per comprargli un paio di scarponcini, il che lo fece fuggire nel bosco, nessuno doveva vedere i suoi piedi, perché là aveva di capra. Ha piedi animaleschi il «grampo», dalle gambe di caprone, uno spirito aereo maligno della Valsugana che rapisce i bambini durante i temporali; lascia orme di gatto dove passa il «mazapegul» romagnolo, l’insidiatore di fanciulle che turbina nei mulinelli d’aria per sollevare le gonne alle ragazze. Hanno piedi di capra le «anguane», creature femminili dell’arco alpino nordorientale, dalle belle acque diventate poi delle streghe brutte e voraci; quelle camice che avevano i piedi rivoltati all’indietro (particolare proprio delle fate dell’Europa orientale e del Nord).

I «Gottwürgini», i lavoratori della campagna di Macugnaga, che vivevano tra le radici e al tiglio che i Walser arrivati dal Vallese piantarono accanto alla chiesa, erano nani dai piedi storti, girati all’indietro. Protettori del bestiame e dei campi, abbandonarono la comunità quando la gente cominciò a deriderli. Dunque, il piede dall’altra animalesco, divergente, «diverso», come segno dell’essere maligno o comunque del demone. Storpio, deforme è il malvagio. «Cave a signatis» (attenti al piede fisico) come una punizione divina. Zoppicare è nella Bibbia espressione di cecità spirituale. Gli zoppi, come si legge nel «Levitico», non erano ritenuti idonei al servizio sacerdotale. Gli animali zoppi non potevano essere sacrificati.

Nel più recente libro pubblicato nei «Saggi» Einaudi dal titolo «I nomi del mondo. Santi, demoni, folletti e le parole perdute» ho dedicato un ampio paragrafo alla figura del diavolo zoppo. È credenza popolare diffusissima che il diavolo zoppichi. In alcuni luoghi il diavolo è chiamato «shieco, storto», e uno dei nomi dell’orso è «monco». Lo stesso nome del diavolo in russo è «lešy», «he ha un orecchio che manca, un occhio che manca». Il Malco del Vangelo di Giovanni diventato in Occidente una creatura malvagia, negativa. In Calabria uno dei nomi del diavolo è «sciancu lo scancato». Nella zona di Bergamo c’era un folletto chiamato «gambasdorta». Per quanto si vada lontano nel tempo, sembra però che la rivelazione della natura diabolica sia legata a una rottura nella deambulazione.

In realtà ogni trasformazione comica, ogni utilizzazione ludica non è che lo stadio ultimo di una storia che affonda le radici in tempi lontanissimi. È una rimotivazione recente, serba affievolita l’eco perduta di credenze e miti antichissimi. Lo scorrere dei secoli ha reso opaco ciò che ha alle spalle una motivazione profonda e storicamente accertabile.

Il difetto dell’andatura o la malformazione del piede si può imputare connettere con la stirpe maledetta e claudicante dei Labdacidi, da Edipo a Periandro, tiranni zoppi, e in qualche modo isolati e diversi. Carlo Ginzburg ha fatto osservare le indiscutibili connessioni che intervengono tra la fatalità di una zoppia e il mondo dei morti, e degli dei. La zoppaggine ha sempre denunciato un rapporto-contatto con l’aldilà, con l’inferno o col cielo. Chi va o torna dall’altro mondo è spesso contrassegnato da un’asimmetria deambulatoria. Lo zoppo, lo storto, e uno dei miti è connesso con la discesa agli inferi. In Grecia lo squilibrio dell’andatura è legato alla divinità/demone. Zoppo è Edipo (gr. Oidípous significa «colui che ha il piede gonfio»), Edipo l’indovino, che ha legami con il mondo sotterraneo, l’eroe ctonio associato a divinità infernali come le Erinni. Zoppo è il dio-fabbro Efesto, come lo sarà Vulcano. Il mito narra che Efesto divenne zoppo dopo uno scontro con Zeus, che lo scaraventò giù dall’Olimpo.

Anche il diavolo è zoppo in seguito a uno scontro con Dio: ha alle spalle, come Efesto, una famosa brutta caduta, la caduta dal cielo di un angelo ribelle. È interessante notare, quanto il contatto-scontro con il divino, la rilevanza anche in un passo della Bibbia (Genesi 32, 23-33), là dove Giacobbe si batte una notte con un misterioso personaggio che lo trasformerà nel nome — la troviamo «piena di fuoco e di ferro», dove diavoli martellatori che fanno un rumore assordante e roco. Nella «Visione di Tungdalo» diavoli-fabbri martellano sulle incudini le anime arroventate. Accanto al fabbro-malvagio, il folklore e l’antropologia ci forniscono larghi e rilevanti esempi della figura del fabbro come saggio, artefice-stregone, il fabbro capo, portavoce del gruppo, il fabbro precettore, in essere iniziatico per eccellenza, depositario di segreti, conoscitore di un’arte fonte di saggezza (com’anche di distruzione), custode di beni sconosciuti (come i tesori). Nelle credenze popolari fabbro e zoppaggine s’associano: il diavolo ha a che fare col fuoco, come il fabbro, e come il dio-fabbro abita in caverne sotterranee, nelle viscere della terra, là dove ci sono vene metallifere, o in luoghi solitari, nella foresta più spesso, abilissimo nelle arti, ma chi a che fare con i metalli ha sempre commercio col mondo dell’aldilà.

In Africa, nella cosmogonia Dogon, il fabbro Nommo, uno degli otto geni primordiali, è zoppo. Il fabbro abruzzese, Efesto, perché è rotto le articolazioni del corpo quando è caduto troppo bruscamente sulla terra. Il fabbro dei romanzi arturiani «Trébuchet», il barcollante, il claudicante. Soffre di deambulazione zoppa il fabbro scandinavo Völundr, che come Efesto attende al corso della vita, perché il re gli fa recidere i tendini del ginocchio. I miti greci offrono elementi utili a riguardo dei fabbri, che hanno sempre rapporto a che vede con l’essere zoppo, come Efesto, perché si è rotto le articolazioni del corpo quando è caduto troppo bruscamente sulla terra.

Il fabbro abruzzese «diàvulu zuppiddu» che si gioca a Lanciano, il «diàtulu zuppiddu» di Atri, la «volpe zoppa» d’Aosta, e infine, è fatto metafora, morta, opaca. La spiegazione va collocata in una zona lontana. Il mito nasce, si trasforma, perde il suo significato sacrale, e prima di morire lascia qualche impronta che perdura nella vita familiare e quotidiana, nei giochi infantili che ricordano, e che racchiudono assai spesso un significativo valore culturale. Diffusissimo e antichissimo gioco della «settimana», che si gioca a Genova è il «pampano», in Veneto è il «campanón», nelle Marche è «paradiso, purgatorio, inferno», a Voghera ancora «paradiso», in Sicilia il «paradiso, inferno, e purgatorio», un gioco che in Grecia e nella Roma imperiale aveva un disegno simile a un labirinto, e fra cristiana sulla pianta di una basilica, con il campo centrale designato con il nome paradiso, conosce modi di esecuzione che hanno molte varianti, ma dappertutto la regola costante è l’obbligo di procedere a piè zoppo, e per dettaglio irrilevante e si pensa a quanto abbiamo fatto osservare sulle connessioni tra il regno dei morti e claudicazione, demoni e zoppia.

Articolo pubblicato originariamente in Confini, gennaio 1996, a firma di Gian Luigi Beccaria.

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