Le sirene corrucciate di Amelia
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Le sirene corrucciate di Amelia

1 Maggio 1996 · di Redazione Confini Magazine
4 min di lettura

La poetessa Amelia Rosselli si è uccisa a Roma l’11 febbraio scorso. Era figlia di Marion Cave e di Carlo Rosselli, l’intellettuale ucciso dai fascisti nel ’37, insieme al fratello Nello. Secondo gli amici, fu proprio quel delitto a traumatizzarla, a segnarla per tutta la vita.

«Amelia Rosselli si è gettata dalla finestra di casa sua verso le ore ventuno e quindici di stasera». È una voce leggermente nasale che parla dallo schermo. Mi fermo mentre sto dando da mangiare al cane, con la ciotola piena in mano. Sollevo gli occhi sul televisore, vedo una fotografia di lei seduta sopra un gradino di non so quale giardino, un vestito a fiori che le lascia le gambe a metà scoperte, i piedi chiusi dentro sandali di pelle, lo sguardo che vola lontano, profondo, severo e malinconico.

Quella foto mi ricorda una estate afosa in cui la vedevo spesso e poiché si lamentava di non potere ascoltare la musica, le avevo regalato un grammofono. Lei vestiva spesso di rosso, camminava con leggerezza sulle lunghe gambe abbronzate, portava i capelli tagliati a caschetto, era innamorata di un pittore che non la corrispondeva affatto, scriveva delle bellissime poesie dal taglio screziato e cristallino.

D’improvviso, un giovedì, ho saputo che aveva denunciato tutti i vicini di casa per avere tentato di avvelenarla. Aveva passato la mattinata negli uffici della Questura riempiendo con la sua calligrafia minuta e intelligente degli enormi fogli di carta bollata. Il barista, secondo questa denuncia, le aveva introdotto a tradimento del tossico nello zucchero e lei era stata costretta per giorni e giorni a prendere il caffè senza zucchero; la tabaccaia le aveva infilato di nascosto del narcotico nelle sigarette e lei era stata costretta a comprarle in un altro quartiere; il posteggiatore poi aveva cercato di metterla sotto mentre spostava le auto in sosta.

La voce nasale sullo schermo continua a parlare di una persona che non riconosco. La foto è sempre lì e mostra una donna-ragazzo dai tratti delicati, le sopracciglia inarcate. Nonostante i suoi sessantacinque anni Amelia era una ragazzina e la morte è venuta a sancire quello stato di adolescenza protratta nel tempo. Eppure la sua faccia conosceva le rughe, c’era qualcosa di amaro e doloroso in quei bei solchi attorno alla bocca e sulla fronte. Ma niente poteva cancellare dalla sua figura svelta quell’aria da ragazzo-ragazza, pronta ad ogni avventura intellettuale, che si guarda intorno con sorpresa gioiosa.

Nelle voci estranee, violente, la inseguivano e la tormentavano. Si poteva esserle amiche, ma fino ad un certo punto. Nel bel mezzo di una allegra conversazione poteva mettersi a guardarti come una estranea, una nemica da temere. Per fortuna poi dimenticava le sue accuse e tornava a guardarti con affetto anche solo qualche ora dopo.

Ma perché uccidersi? Che le voci fossero diventate troppo insistenti e distruttive? Che la persecuzione da cui era assillata l’avesse costretta al silenzio? Difficile dirlo. È così breve e labile il confine che divide la vita dalla morte. Basta un niente per portarci dall’altra parte senza neanche sapere perché. «Siamo dei condannati a morte incoscienti che, non conoscendo la data della nostra morte, amoreggiamo con un’idea presuntuosa di eternità», diceva un mio amico filosofo. Era di Palermo e anche lui si è suicidato, col gas.

Chissà quale ferocia punitiva li spinge a incrudelire contro se stessi prima del tempo. O forse no, forse si tratta invece di una seduzione a cui non riescono a sfuggire: una voce di sirena, dolcissima e morbida e fresca che li chiama verso un mondo ventoso e felice, lontano dalle incertezze brutali di questo mondo troppo conosciuto e poco amato.

Forse è proprio così. Voglio pensare che sia stato così con Amelia che, pure nel suo modo corrucciato e sospettoso, amava la vita e la viveva con intelligenza, amica dei libri, della musica e del pensiero.

Articolo pubblicato originariamente in Confini, maggio 1996, a firma di Dacia Maraini.

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