La terra e il fuoco
Il Centro Studi «Ariodante Fabretti», uno degli organismi culturali legati alla Società per la Cremazione di Torino, ha promosso la pubblicazione di un volume che sarà in libreria alla fine di settembre. Il titolo è «La terra e il fuoco. I riti funebri tra conservazione e distruzione del corpo». Curato da Manuela Tartari, il libro raccoglie i contributi di numerosi ricercatori operanti in varie discipline. Sarà edito da Meltemi Editore, avrà 182 pagine per un prezzo di copertina che si aggirerà intorno alle 30 mila lire.
«Confini» è lieta di dare notizia di questa pubblicazione perché segna un nuovo passo in avanti del Centro Studi «Ariodante Fabretti», cioè di un organismo culturale particolarmente vicino alla nostra rivista. Pubblichiamo qui di seguito la presentazione del libro curata dal presidente della SOCREM di Torino, Luciano Scagliarini. Non è una semplice «recensione». È la spiegazione, con accenti anche appassionati, delle motivazioni culturali e sociali che muovono la SOCREM di Torino e il suo Centro Studi.
Questo libro è la prima pubblicazione curata dal Centro Studi «Ariodante Fabretti» ed è un segnale importante per la visibilità scientifica e culturale della sua attività, consentendoci anche di sottolineare alcune delle motivazioni che indussero, nel 1992, la Società della Cremazione di Torino a vararne la costituzione.
Si trattava essenzialmente di avviare una ricerca interdisciplinare in grado di affrontare sul piano interpretativo il discorso sulla morte così come si è sviluppato soprattutto nelle aree urbane del mondo occidentale. Era quindi necessario approntare strumenti conoscitivi adeguati, in un campo cruciale per decifrare oggi le coordinate della nostra esistenza collettiva, all’interno di una fase storica caratterizzata da una irrefrenabile voglia di rimozione, preludio ad una perdita secca non solo nel senso sacro, ma anche della capacità di interpretare la dimensione concreta dei valori legati alle virtù civili e al vivere in modo consapevole il proprio destino.
All’inizio il Centro Studi ha avviato una serie di ricerche storiche sulla cremazione così come si è definita nell’Italia liberale, fino allo scoppio della Prima Guerra Mondiale: era necessario analizzare un passaggio importante del progetto di «fare gli italiani», così come allora si sviluppò, evidenziandone il versante più strettamente legato alla costruzione di una religione civile in grado di sostituire le nuove appartenenze dello Stato laico alle vecchie identità sedimentatesi sulle credenze religiose.
La scelta del rito della cremazione, segnata in profondità da uno specifico massonico che costituisce l’ambito privilegiato in cui si sviluppa il suo esordio, appare così come il prolungamento di un più generale discorso sulla fondazione di una morale laica in grado di fronteggiare adeguatamente (e in tutti i campi) l’egemonia di norme e comportamenti a sfondo confessionale. Fu una partita che — in Italia — segnò in particolare il periodo crispino prima e giolittiano dopo. Una partita giocata anche sul piano del consenso e della legittimazione sociale. In questo senso, l’universo della cremazione è in grado di restituirci nitidamente i contorni di due processi storici di grande rilievo: la formazione della classe dirigente dell’Italia post-risorgimentale e i riferimenti culturali del suo retroterra teorico.
Successivamente, nella prospettiva di trasformarsi in una vera e propria Fondazione, il Centro Studi ha assunto come propria priorità quella di predisporre le basi archivistiche e documentarie necessarie perché gli studi sul paradigma cremazionista potessero svolgersi col necessario rigore scientifico. Di fatto, dopo quattro anni di attività, è possibile oggi dire che in questo senso si è costituito un punto di riferimento obbligato per tutti coloro che — in vari campi culturali — si occupano del complesso intreccio tra gli uomini, la morte, i riti e tutto quanto segna in questa direzione la nostra vita quotidiana.
Ed è proprio in questa fase che il Centro Studi ha innestato sull’originario tronco delle ricerche storiche una rinnovata attenzione agli apporti conoscitivi che era possibile mutuare dalle altre discipline, dall’antropologia alla sociologia, alla psicanalisi. La scelta di fondo da cui scaturisce questo libro è appunto quella di collocare lo studio della cremazione nell’ambito più vasto delle rappresentazioni della morte e dei concetti di conservazione e distruzione del corpo. Si tratta, di fatto, di partire dal franco riconoscimento che ci sono alcuni temi o argomenti la cui conoscenza scientifica non può essere raggiunta dall’interno di una singola disciplina: l’interdisciplinarità, quindi, non come scelta opzionale ma come una risorsa obbligata alla quale bisogna necessariamente attingere se si vuole alimentare un percorso conoscitivo veramente efficace.
Di qui la pluralità di autori e la grande varietà dei nodi problematici affrontati nella prima parte del libro: i cambiamenti della rappresentazione del corpo (Manuela Tartari); comportamenti rituali e mentalità collettive in diverse epoche storiche, dall’India vedica (Mario Piantelli), al cristianesimo primitivo (Domenico Devoti), al Settecento dei «Lumi» (Marina Sozzi), alle élites cremazioniste di fine Ottocento (Antonio Dieni), al rito funerario massonico (Giuseppe Schiavone). Nella seconda parte la morte viene utilizzata come chiave di lettura per decifrare alcune «zone grigie» difficili da affrontare sul piano epistemologico: la si usa così per studiare l’esistenza collettiva di una città (Torino) nella guerra 1940-1945 (Giovanni De Luna) o per indagare sul cambiamento della percezione dei riti funebri nel contesto delle grandi città metropolitane (Luigi Lombardi Satriani e Luigi Berzano) e, infine, per capire come le sue parole e i suoi simboli siano entrati nel linguaggio e nelle immagini della civiltà industriale (Guido Ferrara).
All’interno di queste coordinate culturali che hanno alimentato l’elaborazione del libro si muove quindi anche l’impegno civile della Società per la Cremazione di Torino e del Centro Studi «Ariodante Fabretti». C’è la profonda convinzione che la cremazione, oggi, non può essere considerata solo una «tecnica», una scelta tecnologica depotenziata di ogni carica ideale ma, al contrario, essa è inserita in un universo fitto di valori etici. Predomina, al suo interno, una straordinaria consapevolezza nei confronti della morte, il tentativo di non esorcizzarla, banalizzandola. Non c’è nessun automatismo in chi sceglie la cremazione. È un modo anzi per anticipare il confronto con se stessi. In questo senso, non c’è nessuna soluzione di continuità tra l’attività culturale della Società per la Cremazione di Torino e i suoi compiti istituzionali. La riflessione e la ricerca intellettuale sono oggi parte integrante del bagaglio etico e civile di chi, come i cremazionisti, vuole dare un senso compiuto ai grandi temi della vita e della morte, vuole capire la morte, non solo aspettarla. (Luciano Scagliarini)
Voglia di ammazzare — Vittorino Andreoli, Rizzoli 1996, pp. 280, L. 27.000. Da Caino, il primo assassino illustre, ai più recenti fatti di cronaca, l’autore percorre un viaggio nell’inquietante mondo dell’omicidio. Chi uccide, perché si uccide, come evitare di uccidere. Tre interrogativi che ricorrono nelle pagine di questo libro e a cui l’autore tenta di rispondere avvalendosi della propria esperienza di psichiatra e di studioso del comportamento.
La vita breve — Filippo Gentiloni, Rossana Rossanda, Pratiche Editrice 1996, pp. 94, L. 12.000. Da sempre, il tema della morte racchiude in sé innumerevoli interrogativi ed alcune ineluttabili certezze: non è vero che si muore tutti e sempre allo stesso modo e che la morte è uguale per tutti. Gentiloni, saggista e professore di storia e filosofia, e la giornalista Rossanda, cercano, nelle pagine di questo libro, di dare alcune risposte non scontate alle domande che l’argomento ispira da sempre nell’uomo.
Il sorriso della volpe — Roberto Beneduce, René Collignon, Liguori 1995, pp. 300, L. 35.000. La morte nelle società africane analizzata sotto vari aspetti: le sue rappresentazioni, quali strategie hanno elaborato queste popolazioni per far fronte all’esperienza della perdita e del lutto, quale sostegno offrono ancora antenati, lignaggi e comunità in un paesaggio sociale così segnato da mutamenti.
Articolo pubblicato originariamente in Confini, settembre 1996, a firma di Luciano Scagliarini / Redazione.