Torino città verde
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Torino città verde

1 Gennaio 1997 · di Redazione Confini Magazine
11 min di lettura

Un albero ogni 14 abitanti: Torino è una tra le città più verdi d’Italia. La vita di olmi e platani è in pericolo. La speranza è affidata alla ricerca.

Nietzsche ne apprezzava «l’aria balsamica» e non era un caso. Da sempre incoronata come una delle città più verdi d’Italia, Torino cerca oggi di confermare questa sua storica vocazione. Inquinamento e sviluppo urbano rendono arduo il compito e difficile la vita al verde pubblico. Ma la sfida è raccolta e i primi risultati sono già sotto gli occhi di tutti.

Torino possiede 65.000 alberi sui viali — ossia uno ogni 14 abitanti. Ogni anno si piantano in città 1.000 nuovi alberi circa (la cifra sarà quintuplicata nel 1997) e si mettono a dimora migliaia di cespugli, siepi e piante. Rispetto all’800, quando a farla da padrone nei viali erano olmi, platani, roveri e pioppi, oggi sono soprattutto tigli, ippocastani e platani a stendere le loro fronde sulla città. Gli olmi stanno scomparendo per via di una malattia nota come grafiosi e, nel futuro, anche la sopravvivenza del platano sarà in pericolo, a causa del temibile «cancro colorato». La ricerca lotta tuttavia per preparare speci resistenti, soprattutto nel caso degli olmi.

Di là dai singoli progetti di intervento, tra i programmi globali più ambiziosi dell’Assessorato all’Ambiente e del Settore Verde Pubblico della Città spiccano la creazione del cosiddetto «Sistema del verde» e, all’interno di questo, il progetto «Torino città d’acque». Col «Sistema del verde» si vorrebbe creare un reticolo verde ininterrotto, imperniato sui grandi viali alberati e sulle sponde dei fiumi. Anche la copertura delle ferrovie, con la «Spina centrale» da Lingotto a Stura e la «Spina reale» dal Balon a Venaria, sta cambiando in tal senso il volto della città. In tema di piste ciclabili, poi, si vorrebbe estendere in futuro la rete cittadina a 250 km di piste, da ricavare in parchi, viali, sponde dei fiumi. I primi lavori sono già partiti, e di fatto realizzano in concreto la filosofia del sistema del verde.

Il progetto «Torino città d’acque» rientra invece in un programma che richiederà almeno dieci anni di lavoro: doterà la città di un continuum di spazi verdi attrezzati che, abbracciando la collina, si estenderà lungo i quattro fiumi cittadini (Po, Sangone, Dora, Stura) per una superficie complessiva di 12 milioni di mq, dipanandosi lungo le sponde fluviali per 70 km, quasi la distanza tra Torino e Biella. Al momento, il progetto è realizzato quasi per metà: sulla sponda sinistra del Po, ad esempio, si va senza soluzione di continuità dal parco delle Vallere sino a San Mauro. Importanti lavori sono pure in corso al parco dell’Arrivore sulla Stura: rientrano nell’ambito del più ampio progetto di «Parco della confluenza», ossia il territorio dove si immettono Dora e Stura, anche per salvaguardare la ricca e variegata avifauna presente (martin pescatori, aironi, gallinelle d’acqua, falchi, poiane, cormorani). Una mostra floreale internazionale è stata proposta per il 1999, anche a rilancio di questo importante progetto: si dovrebbe chiamare «Un Po fiorito, ossia un po’ di fiori a Torino».

Le novità non mancano pure nei tanti interventi di riqualificazione ambientale varati in centro: presto, la zona della Mole e di Palazzo Nuovo (dove già è stato messo a dimora un ampio roseto al posto della vecchia aiuola) sarà soggetta a nuovi lavori atti a renderla più accogliente e più verde, anche con l’apertura del giardino della Mole. Interessanti poi i lavori già realizzati dal settore Verde Pubblico in collaborazione con Radio Popolare e la Fiera della Fantasia all’ex zoo di corso Casale, oggi parco pubblico con giochi d’acqua interattivi. Chi veda nel giardino dodici cilindri verticali in plexiglas, numerati da 1 a 12, non si stupisca. Sono un grande orologio ad acqua. Ognuno di essi impiega un’ora per riempirsi di liquido blu. E, a seconda del numero di cilindri riempiti, si può conoscere l’ora.

Anche i normali lavori di manutenzione appaiono comunque impegnativi: nel solo inverno 1996-1997, sono stati aperti 40 cantieri di potatura. La potatura si svolge oggi non solo con l’aiuto dei moderni cestelli elevatori ma pure con la curiosa tecnica del tree-climbing. Si tratta di una vera e propria arrampicata sull’albero (sino a 30 m d’altezza), condotta con l’aiuto di corde e imbragature simili a quelle usate per l’ascesa su roccia. Il tree-climbing permette di intervenire là dove i suoli non sono calpestabili (boschi, scarpate, sponde di fiumi) e dove la conformazione della chioma degli alberi rende problematico il movimento.

Il Settore Verde Pubblico di Torino sta inoltre conducendo, in collaborazione con il Collegio dei Periti Agrari, rilievi utili a preparare un nuovo catasto su base cartacea ma soprattutto informatica. Proprio l’elettronica, infatti, è uno degli strumenti decisivi per migliorare la gestione e il mantenimento del verde in una città moderna. Ad esempio nel campo dell’irrigazione: Torino si sta dotando di un sistema centralizzato via computer per l’irrigazione automatica delle aree verdi, già in parte attivo al parco del Valentino e della Tesoriera.

Chiuso il capitolo sul futuro, si può tornare a baloccarsi sulle «vecchie glorie» che oggi allietano il verde di Torino. Anche qui, c’è solo l’imbarazzo della scelta. Si potrebbe ricordare il Giardino della Cittadella, costruito nel 1564 per volontà del duca di Savoia Emanuele Filiberto; Villa Genero, splendido ripiano di giardini, statue e fontane che attorniano la cosiddetta Villa della Regina, fatta costruire nel 1620 dal cardinale Maurizio di Savoia; i Giardini Reali, ai quali lavorò André Le Nôtre, il giardiniere del Re Sole; e soprattutto il Valentino. In occasione dell’Esposizione del 1884, nasceva in quei pressi il Borgo Medioevale: il castello riproduce quello di Fenis (con la scelta di ispirarsi, per la grande sala interna, al vestibolo baronale del castello di Manta). Per la fontana del melograno, ci si rifece invece a quella di Issogne. Tra i gioielli nascosti del Valentino, il prezioso orto botanico (con biblioteca e museo-erbario), fondato dal re Vittorio Amedeo II di Savoia nel 1729, e il singolare giardino roccioso con 140 mila mq di strade, cascate, ruscelli, giochi d’acqua, terrazzi e piccoli ponti. «Nessun parco europeo racchiude in così poco spazio tanta armonia di proporzioni, tanta varietà di scenari» scriveva Gozzano nel 1911, mentre il Valentino ferveva di lavori per la grande esposizione internazionale, suggello festoso di un’Italia riunificata da cinquant’anni. Il Po del Valentino ormai aveva già visto di tutto: il «pubblico gioco della pallamaglio» ai primi del ‘700; poco lontano, gli imbarcaderi e le gloriose società dei canottieri (prima tra tutte la Cerea, fondata nel 1863); il pattinaggio delle signore sul laghetto gelato e i «tuffi» fuori stagione degli ardimentosi; gli stabilimenti d’auto della Diatto sotto il Monte dei Cappuccini e i faraonici teatri di posa; lo scivolo e l’hangar della base di idrovolanti con servizio Torino-Venezia nei pressi del ponte Isabella e le gare di palloni aerostatici. Erano altri tempi. A noi e a chi verrà dopo di noi la difficile sfida di crearne di nuovi, altrettanto entusiasmanti.

Un albero, una vita: il «Parco della Serenità»

Il giardino offerto alla città di Torino dai Soci della Socrem, a ricordo dei loro cari scomparsi, è finalmente realtà. Alla fine dello scorso novembre è avvenuta la piantumazione dei primi cento alberi. Un’altra seguirà nel corso del nuovo anno. Il «Parco della Serenità», percorribile attraverso una serie di sentieri, sorge all’ingresso del Parco Colletta, nelle vicinanze della cascina Airali. È raggiungibile con facilità sia dal Cimitero Monumentale che dal Tempio Crematorio, come pure tramite le linee pubbliche 68 e 15.

Il giardino è nato da un accordo tra la Società per la Cremazione e l’Associazione «Luigi Pagliani» e l’Assessorato per l’Ambiente e lo Sviluppo Sostenibile del Comune di Torino, all’interno del progetto ResTaura: il «Parco della Serenità» rappresenta del resto un progetto in piena sintonia con gli ideali cremazionisti, improntati al rispetto per la dignità dei defunti ma anche a una grande attenzione per chi rimane. La nascita di nuovi alberi richiama alla memoria chi non è più fra noi, e trasfonde il ricordo nella serenità offerta da un angolo di verde, in cui si può passeggiare a contatto con la natura, in tranquillità di spirito e apertura d’animo. Alcune targhe, poste ai limiti dell’area-parco, ricorderanno comunque il contributo dei soci della Socrem che hanno reso possibile l’iniziativa. Il giardino vuol essere un dono all’intera comunità e come tale è aperto a tutti i cittadini.

È possibile contribuire all’iniziativa mediante versamenti sul c/c postale 32232100 intestato alla Società per la Cremazione di Torino indicando la causale «Un albero, una vita» oppure a mezzo di bonifico bancario sul c/c 17531, intestato «Un albero, una vita», Socrem, Istituto Bancario San Paolo, Ag. 24 (ABI 1025, CAB 01024), corso Turati 18, 10128 Torino.

L’albero, simbolo di vita e di morte

Con le sue radici piantate solidamente nel terreno e le sue fronde rivolte verso l’alto, l’albero esprime da sempre la connessione tra due mondi, quello terrestre e quello celeste. Nella mitologia vedica o germanica, l’albero diventa elemento cosmogonico e assurge così al ruolo di «pilastro dell’universo». All’opposto, nel pensiero medievale si ritroverà l’immagine dell’albero rovesciato, sfruttata da Dante nel Paradiso (canto XVIII, 28) e già impiegata nello Zohar e nelle Upanishad induiste, che ci presentano «un albero i cui rami coprono tutta la superficie terrestre e le cui radici affondano nelle dimensioni celesti».

Una vera e propria venerazione è stata spesso tributata all’albero nelle più disparate regioni del mondo: ai druidi celtici era sacra la quercia, agli antichi cinesi il pesco. Per i seguaci del buddhismo, poi, l’albero (Ficus religiosa) sotto cui Gautama Buddha ricevette la grande illuminazione è il simbolo stesso dell’uomo «risvegliato».

Ma è soprattutto in virtù del suo ciclo stagionale, che l’albero viene considerato, da sempre, un simbolo di vita, morte e resurrezione. Una leggenda medioevale sviluppatasi all’interno della tradizione cristiana vuole che la croce di Cristo sia stata fabbricata con il legno dell’«albero della conoscenza» del Paradiso, da cui Eva colse il frutto proibito. Come afferma la storica Marie Madeleine Davy, «la croce è così albero della morte, che però diventa albero di vita grazie alla redenzione». Secondo una leggenda ebraica, invece, Abramo piantava ovunque alberi: ma solo quello ospitato dalla terra di Canaan innalzò rapidamente le sue fronde verso il cielo. Quest’albero avrebbe poi dato fresca ombra a tutti gli uomini di fede, lasciando invece i miscredenti esposti alla calura. Nella mitologia islamica, infine, spetta all’angelo della morte eliminare dall’«albero del mondo» le foglie che recano il nome degli uomini di cui Allah ha decretato la morte. Ecco spiegato perché le foglie cadono a terra, quando la stagione lo esige… ma per far tornare l’albero verde è sufficiente attendere che il lungo inverno ceda il passo alla verde primavera.

Storie di alberi

Il platano centenario della Tesoriera. Coevo alla villa, può avere due secoli e oltre. Un gruppo di abitanti della zona dà vita ogni anno a una simpatica cerimonia, per fare all’albero gli auguri di lunga vita. Il platano ha una circonferenza di sei metri e mezzo e sorge maestoso all’entrata del parco. Gli fa da sfondo la Villa della Tesoriera, luogo di matrimoni civili e oggi sede di uffici e della Biblioteca musicale civica Della Corte. Sorta nel 1713, la sontuosa dimora fu occupata tra il 1797 e il 1814 dagli ufficiali di Napoleone, e poi ancora dai tedeschi nel ’44 fino all’arrivo dei partigiani, con al seguito gli americani. Dal 1976 appartiene al Comune. Nella memoria popolare, tuttavia, ancora non tramonta del tutto il soprannome dato al parco della Tesoriera di «Giardino del diavolo». Pare che un cavaliere solitario e senza pace si aggirasse al galoppo lungo i viali all’ora del tramonto, facendo sventolare il suo mantello foderato di rosso. Qualcuno vedeva in lui il fantasma del primitivo proprietario, Ajmo Ferrero di Borgaro, signore di Cocconato e Tesoriere del Re, morto nel 1719.

L’Araucaria del giardino roccioso del Valentino. Sempreverde originaria delle Ande, l’Araucaria Imbricata venne scoperta nel 1600 da Don Francisco Dendariarena, un esploratore spagnolo in missione nell’America del Sud. Il nome dell’albero deriva forse da quello delle popolazioni indiane «Araucane», un tempo stanziate nell’Arauco, zona compresa tra Argentina e Cile dove furono rinvenuti i primi esemplari della pianta. L’albero ha fusto eretto, quasi cilindrico, e può raggiungere in media i 30 m di altezza. Sorprendenti sono i suoi enormi frutti, detti coni: possono avere la lunghezza di 30 cm e pesare fino a tre chili.

Il Ginkgo biloba dei giardini Cavour. Il suo nome significa «frutto d’argento» e viene dalla Cina, terra d’origine dell’albero. Pare popolasse le foreste preistoriche 250 milioni di anni fa: è sopravvissuto fino a noi grazie alla coltivazione nei templi dei palazzi cinesi e dei monasteri buddisti (ove si trovano tuttora esemplari di Ginkgo con più di mille anni). In Giappone, si mangiano i suoi semi arrostiti per curare le indigestioni. Introdotto in Europa nel 1700, il ginkgo è molto adatto all’inserimento in alberatura, vista la sua ottima resistenza all’inquinamento, al vento e agli attacchi dei parassiti.

Parte del materiale utilizzato per l’elaborazione di questo articolo è stato tratto da «Torino verde. Gli alberi e la città» di Carlo Grande (Edizioni L’Arciere), da «I giardini a Torino» (Lindau) e dalla guida «Parco del Valentino», a cura della Circoscrizione 8. Si ringrazia per la preziosa collaborazione il dottor Paolo Odone, dirigente del Settore Verde Pubblico della Città di Torino.

Articolo pubblicato originariamente in Confini, gennaio 1997, a firma di Andrea Giordano.

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