Il filosofo, il tempo e la morte
Studioso di diritto e di dottrine politiche, filosofo, scrittore, politico militante e senatore a vita, l’ottantaseienne Norberto Bobbio ci regala le sue riflessioni sulla vecchiaia in questo De Senectute (Einaudi, Lire 15.000). Il volumetto è costituito, per circa due terzi, da scritti di intonazione un po’ paludata, creati per occasioni «accademiche» (generalmente, il conferimento di premi e onorificenze). Per il lettore non specialista, è assai più interessante il saggio, in gran parte inedito, che dà il nome al libro.
Norberto Bobbio non ha il dono della fede, e nemmeno la cerca. Il libro non rivela inquietudini metafisiche. A differenza di un grande giornalista che molti ricordano, Augusto Guerriero (Quaesivi et non inveni) e di un altro mitico vecchio quale Indro Montanelli, Bobbio non può dirci «ho cercato e non ho trovato». Lo sbocco della sua riflessione è che «con la morte si entra nel mondo del non essere, nello stesso mondo in cui ero prima di nascere». È una visione senza speranza, ma non una visione «disperata» (dissento su questo punto da altri recensori).
Se disperata fosse, Bobbio invero non ce lo direbbe: glielo impedirebbe quella riservatezza che è figlia del suo piemontesismo. Anche se il piemontesismo, per fortuna del lettore, mostra delle crepe attraverso le quali filtrano gli elementi autobiografici più interessanti: quelli che ci avvicinano un uomo «remoto» sottraendolo al rischio di essere visto come un’icona o, peggio, come un oracolo. Ed ecco filtrare il dolore («la discesa verso il nessun luogo è lunga»), il disincanto («ma quale saggezza?»), la debolezza («il pozzo della memoria all’età mia è ormai tanto profondo che non riesco più a giungere sino in fondo, anche perché la luce per illuminarlo è diventata sempre più fioca»), la compassione (il discorso sulla «eutanasia da abbandono» col commosso richiamo alle interviste nell’ospizio: forse il momento meno «distaccato» di tutto il libro).
E tuttavia l’animus resta sempre quello del guerriero (anche se, non convincentemente, l’autore ci rivela che, non essendo mai stato in pace con se stesso, «ha cercato disperatamente di essere in pace con gli altri»). Donde la polemica con i credenti, polemica cortese, ma a tratti forte e condotta con l’arma dell’ironia nel capitolo intitolato «Dopo la morte». Donde i vari altri spunti polemici che animano lo scritto. Chiaramente, l’autore li coltiva perché allontanano ed esorcizzano la vecchiaia, alla quale Bobbio approda con malinconia («mi sono considerato ancora giovane fino a qualche anno fa. Adesso credo proprio di essere un vecchio-vecchio»).
«La filosofia è milizia»: Bobbio ha fatto proprio, dichiaratamente, il precetto di Carlo Cattaneo. Nell’autunno di una lunga vita, la rivisita lucidamente nel De Senectute con un esito di sostanziale, positivistica approvazione. Ad multos annos, Senatore! Lunga vita, ma soprattutto lunga militanza, è l’augurio col quale il lettore ripone questo libretto.
Norberto Bobbio, De senectute e altri scritti autobiografici, Einaudi.
Articolo pubblicato originariamente in Confini, gennaio 1997, a firma di Lino Sacchi.