Impara a morire per disimparare a servire
Tanatologia

Impara a morire per disimparare a servire

1 Maggio 1997 · di Redazione Confini Magazine
5 min di lettura

Nel Giardino della Serenità, presso il Tempio Crematorio in Torino, leggii in bronzo propongono ai visitatori alcuni versi e riflessioni di poeti e filosofi sul significato della morte.

Gli autori prescelti sono differenti tra loro, e distanti nel tempo (dal pensiero classico greco ai poeti contemporanei): hanno però in comune un atteggiamento meditativo, tranquillo e composto di fronte alla morte. Le tematiche che affrontano i brani sono infatti collegate tra loro da un filo rosso: l’appartenenza a un filone di pensiero laico della morte, che riflette sull’esperienza terrena del morire, sull’altrui morte e sul pensiero della propria, con la consapevolezza che la morte costituisce il limite estremo e invalicabile per l’uomo, e che tuttavia è possibile tentare di razionalizzarla e di attribuirle un senso.

Tale filone ha il suo capostipite nella figura di Socrate, il quale, condannato ingiustamente, non si abbandona né al panico né alla disperazione, e rivolge ai suoi concittadini la razionalità di questa consapevolezza: «C’è grande speranza che il morire sia un bene» (Platone, Apologia di Socrate). Non sappiamo infatti cos’è la morte, ma due sono le possibilità: o è la semplice interruzione delle sensazioni, o la trasmigrazione delle anime in un altro luogo. In nessuno dei due casi l’uomo giusto, conscio della propria dirittura morale, si lascerà afferrare dal terrore della fine.

Apprendere a morire, a lasciare la vita con tranquillità, pare l’obbiettivo più nobile dell’umana meditazione anche a Montaigne, che scrive nei Saggi: «È incerto dove la morte ci attenda, aspettiamola dovunque. La meditazione della morte è meditazione della libertà. Chi ha imparato a morire ha disimparato a servire. Il saper morire ci libera da ogni soggezione e da ogni legame».

Per potersi staccare dalla vita quando è necessario, bisogna però imparare a comprenderla, tentare di attribuirle un significato. Hermann Hesse ha affrontato questo tema nelle sue lettere, riprendendo una concezione della morte che, se ha avuto qualche fortuna nella filosofia occidentale, è centrale nel pensiero buddhista, che Hesse ha studiato e da cui è stato affascinato: l’idea della morte come trasformazione, come passaggio da una forma naturale a un’altra, come fenomeno inscritto nel ciclo dell’universo: «La morte è dolce se le facciamo buon viso, se la accettiamo come una delle grandi, eterne forme dell’amore e della trasformazione». Il sì alla morte è dunque anche un sì alla vita, alla grande vita cosmica, all’incessante produzione di nuove forme.

Il richiamo all’amore, inoltre, è presente anche nell’Antologia di Spoon River di Edgar Lee Masters, dove troviamo una metafora rasserenante: l’uomo che si allontana dalla vita, si dilegua così come si estingue lentamente, senza dolore, la fiamma della passione amorosa, quando quest’ultima si stempera in tenerezza.

Un andarsene lieve, quasi in punta di piedi, che richiama la leggerissima e dolce concezione della morte espressa da Fernando Pessoa nel suo Una sola moltitudine, in versi che sottolineano la permanenza del defunto sulla terra, nella mente di chi rimane e ricorda: «La morte è la curva della via,/morire è solo non essere visto./Se ascolto, sento i tuoi passi/esistere come io esisto./La terra è fatta di cielo./Non ha nido la menzogna./Mai nessuno s’è smarrito./Tutto è verità e passaggio».

L’ineluttabilità della morte umana, il suo sopraggiungere inatteso, commuove invece Borges, per il quale ogni volto è segnato da quella fragilità estrema che è la caducità: «La morte (o la sua allusione) rende preziosi e patetici gli uomini. Questi commuovono per la loro condizione di fantasmi; ogni atto che compiono può esser l’ultimo; non c’è volto che non sia sul punto di cancellarsi come il volto di un sogno. Tutto, tra i mortali, ha il valore dell’irrecuperabile e del casuale» (L’Aleph).

Mentre Alain, nei Pensieri sulla felicità, richiama il lettore a riflettere alla speranza che i vivi rappresentano per chi muore, capovolgendo la tematica classica (si pensi soltanto ai Sepolcri del Foscolo) del valore esemplare delle tombe dei grandi e dei giusti: «Vedete, ascoltate bene: i morti vogliono vivere; vogliono vivere in voi; vogliono che la vostra vita sia un ricco sviluppo di quel che hanno desiderato. Per questo le tombe ci rinviano alla vita, per questo il nostro pensiero salta gioiosamente oltre l’inverno che si avvicina, salta alla prossima primavera e alle prime foglie».

Il nostro sospiro di lutto non resta inascoltato, dice Novalis negli Inni alla notte, riprendendo il tema di una corrispondenza affettiva tra vivi e defunti: «… gli amati che ci amano/ci mandano la nostalgia/che ci sveglia».

È invece a una vicinanza diversa – per così dire «molecolare» – che pensa Diderot, confidando all’amata Sofia Volland la sua estrema speranza di materialista, che non crede nell’oltretomba: la speranza di ritrovare un’unità materiale con l’amata dopo la scomposizione del corpo: «O mia Sofia, mi resterebbe dunque una speranza di toccarvi, sentirvi, amarvi, cercarvi, di unirmi, confondermi con voi, quando non saremo più. Se ci fosse nei nostri principi una legge di affinità, se fosse nostro destino comporre un essere comune; se io dovessi nei secoli ricomporre un tutto insieme a voi; se le molecole del vostro amante dissolte si agitassero, muovessero, e ricercassero le vostre disperse nella natura! Lasciatemi questa chimera. È dolce. Mi garantirebbe l’eternità in voi e con voi…».

Articolo pubblicato originariamente in Confini, maggio 1997, a firma di Marina Sozzi.

Condividi questo articolo
Redazione Confini Magazine
Redazione Confini Magazine
Staff editoriale

Ancora da Tanatologia

Tanatologia

La morte positiva entra nella legge

Nel settembre del 2025 il New Jersey è diventato il quattordicesimo Stato americano ad autorizzare il compostaggio umano. Il corpo viene collocato in un contenitore insieme a materiali vegetali e, attraverso un processo…

Vita Associativa

Il rito che manca

Nel 2024 i crematori italiani hanno trattato 253.355 cadaveri, ai quali si aggiungono oltre 45.000 resti mortali. Gli impianti censiti erano 91 e l’incidenza della cremazione ha raggiunto circa il 39 per cento dei…

Lettere dai Confini

Articoli, letture, documenti d'archivio e appuntamenti per attraversare il presente da un'altra prospettiva.

Iscriviti alle Lettere →