Libri
Hermann Broch, «La morte di Virgilio», trad. it. di A. Ciacchi, Feltrinelli, Milano, L. 35.000.
Quando Broch concepisce il romanzo «La morte di Virgilio», iniziato nelle prigioni naziste e pubblicato in America nel 1945, ha di fronte a sé la morte e in mente un romanzo molto amato, ma di segno inverso rispetto al suo progetto: come Joyce nell’«Ulisse» penetra in un giorno qualunque della vita di Mr. Bloom, così Broch descrive l’ultimo giorno della vita del poeta Virgilio, vissuto nel critico tentativo di affrontare l’inconoscibilità della morte. Le ultime diciotto ore della vita di Virgilio vengono scandite in quattro parti, corrispondenti ai quattro elementi acqua, terra, fuoco, aria, cui corrispondono quattro movimenti di una sinfonia. E come una sinfonia, pur essendo divisa in parti, è un tutto unico, l’aspirazione di Virgilio-Broch è di arrivare alla conoscenza del Tutto.
Ma cosa significa conoscere «tutto», vita e morte? È possibile all’uomo questa conoscenza assoluta? Il romanzo si trasforma in opera di filosofia, innescando un movimento autoriflessivo sulla possibilità dell’arte di essere conoscenza autentica e non solo mero apparire della bellezza. Nel cuore del romanzo, Virgilio annuncia all’imperatore Augusto di voler distruggere l’«Eneide», il proprio capolavoro artistico, perché essa non ha raggiunto il suo fine: alla domanda dell’imperatore sul fine cui Virgilio abbia mirato col suo poema, il poeta risponde che esso non è la conoscenza della vita, bensì la conoscenza della morte.
Questo è il supremo compito che Broch chiede all’arte: di giungere alla conoscenza della morte stessa. Ma la morte si conosce solo attraverso il morire, nell’attimo in cui la conoscenza si trasforma in realtà, identificandosi con essa. L’estremo atto del processo conoscitivo è il naufragio mistico nel nulla, la nullificazione del soggetto conoscente. Solo nel morire è dato all’uomo di ascoltare la parola indicibile, il verbo ineffabile che è la salvezza, ma che neppure l’arte può dire.
Neppure l’arte riesce a conoscere e a dire la morte; ma proprio nella denuncia del suo fallimento l’arte, e dunque il romanzo di Broch, riconquistano una nuova dignità. L’arte è autentica nella misura in cui tenta di esprimere la morte e ne esce sconfitta, perché proprio nel mostrare il suo fallimento, essa allude alla dimensione di alterità della morte, senza negarla, senza sottrarvisi. E per questa via negativa si fa «profezia lirica» di un orizzonte di possibilità di conoscenza assoluta, e nello stesso tempo rimanda proprio alla finitezza umana il compito di realizzare in vita la unio mistica tra finito e infinito realizzata negli atti d’amore: Virgilio risparmia l’«Eneide» per un atto d’amore. Consegna all’imperatore l’«Eneide» in cambio della libertà dei suoi schiavi.
Articolo pubblicato originariamente in Confini, gennaio 1998, a firma di Ariella Beddini.