Libri: Giovanni Ricci, «Il principe e la morte»
Compito dello storico è tentare di restituire significato umano alla morte, esaminandone le manifestazioni rituali, che crescono, come fiori vistosi e mutevoli, sulla radice perenne della morte fisica. Il percorso del libro è un affascinante addentrarsi nei rimossi storici della morte, condotto con l’aiuto dei sensibili strumenti della psicologia e dell’antropologia. Il testo dà spessore fattuale a ciò che in genere i libri di storia tacciono, e cioè a come sono morti alcuni personaggi e a come la comunità si è comportata di fronte alla loro scomparsa.
I protagonisti sono i duchi d’Este della Ferrara del Rinascimento, in particolare Ercole II d’Este, morto nel 1559, insieme ai quali vengono presentate le morti e i riti funerari di altri importanti personaggi della scena rinascimentale europea, in particolare della dinastia francese dei Valois. Agli stati nazionali di Francia e Inghilterra si deve il rito del doppio funerale del re, coerente con la definizione politica di un doppio corpo del re: il corpo fisico, mortale, e il corpo politico, incorruttibile in quanto rappresentazione dell’istituzione regia, che rimane intatta a prescindere dal singolo individuo che la incarna.
La messa in scena del doppio non potrebbe essere più evidente: da un lato il cadavere — in breve putrescente, nonostante le pratiche di imbalsamazione —, dall’altro l’effigie, il ritratto del principe come da vivo. Il cadavere viene sepolto in tutta fretta, quasi di nascosto, evidenziando lo sconcerto che il corpo morto genera nei vivi; all’effigie viene riservato l’onore e lo sfarzo della pompa funebre.
Tutte le culture hanno tentato di disinnescare quanto di perturbante l’instabilità del cadavere rappresenta. La necessità psicologica di stabilire una cesura, quanto più possibile netta, tra vita e morte, comporta riti di varia complessità, tra cui la pratica della mummificazione. L’autore ci ricorda l’importanza dei numerosi tombeaux du cœur francesi: anche al cuore — e alle viscere — viene riservata una tomba e talvolta un funerale. L’abbazia di Saint-Denis a Parigi testimonia ancora questa molteplicità di sepolture di corpi a pezzi.
Tutto ciò può apparire macabro alla nostra sensibilità, ma certo testimonia di un modo, uno dei tanti, di prendere sul serio la morte, di conferirle un valore e un significato, al contrario di quanto fa la nostra cultura, che tende a ignorare e a nascondere non solo il cadavere, ma la morte stessa.
Articolo pubblicato originariamente in Confini, maggio 1998, a firma di Ariella Beddini.