Il lutto e la memoria
Tanatologia

Il lutto e la memoria

1 Gennaio 1999
5 min di lettura

Qual è il significato profondo della scelta cremazionista oggi? A quale concezione della vita e della morte corrisponde? Non è facile rispondere a questa domanda, dato che persone di provenienza culturale, religiosa e ideologica molto diversa si orientano verso questa scelta. E, da questo punto di vista, il rito della cremazione è una scuola di tolleranza e di pluralismo, che ha una funzione molto positiva nella nostra società.

Molteplici sono le ragioni che inducono individui diversi a desiderare che il loro corpo venga distrutto dal fuoco. Tuttavia esiste un simbolismo del fuoco nella cultura occidentale, al quale probabilmente si fa riferimento quando si sceglie la cremazione, magari inconsapevolmente. Nel suo interessante libro pubblicato nel 1997 a Parigi, intitolato La crémation, le cadavre et la loi (La cremazione, il cadavere e la legge), Patricia Belhassen spiega così il significato di quel simbolismo: «Nel suo aspetto positivo, appare come il prolungamento della luce, e le sue fiamme simbolizzano l’azione fecondante illuminatrice. Inoltre, il suo aspetto negativo è evidente: distrugge, ma in compenso impedisce la putrefazione, che blocca il ciclo vitale. Per questo duplice aspetto, il fuoco è il simbolo per eccellenza della coppia morte-resurrezione. La sua ambivalenza è fondamentale, distrugge per far rinascere». E ancora: «La scelta del fuoco resta il denominatore comune, legato all’etica umanista che esige il rispetto dell’altro. È essenzialmente una scelta di vita. Il fuoco distruttore e purificatore libera il sostrato della persona che si fonde così con l’universo originario; il defunto non è da nessuna parte, ma anche dappertutto».

A partire da questa affermazione, è ovvio che l’autrice si interroghi sulla pratica della dispersione delle ceneri in natura, ed è questo l’aspetto del suo libro — che tratta la cremazione dal punto di vista giuridico, ma anche rituale — sul quale vorremmo soffermarci, poiché, a causa di un ostacolo legislativo, non abbiamo ancora, in Italia, un’esperienza su cui riflettere. La Belhassen non menziona la poesia del gesto simbolico di affidare le ceneri di una persona cara al luogo da questa più amato, che è l’idea guida dei dispersionisti. L’autrice affronta invece il tema della dispersione delle ceneri dal punto di vista della psicologia del lutto: teme che l’assenza di un luogo (il cimitero) in cui recarsi a ritrovare i resti dei propri morti, e di un supporto materiale (le ceneri) come punto di riferimento di una presenza ideale, possa provocare dei sentimenti di «spaesamento» e «smaterializzazione», che renderebbero difficile la normale elaborazione del lutto.

«Se la dispersione ha luogo in piena natura», scrive, «si aggiunge allora a questo sentimento di smaterializzazione un’impressione di spaesamento. Dunque anche la definizione di un luogo, sia esso inumatorio o cinerario, appare come un elemento essenziale all’elaborazione del lutto». Afferma inoltre che dopo lo spargimento delle ceneri emerge sovente nei parenti una sorta di desiderio di riappropriazione, che si manifesta nell’esigenza di conservare l’urna, ultima traccia tangibile del defunto.

Ora, secondo l’autrice, coesiste nei cremazionisti una duplice tensione. Da un lato, essi sono abitati dal desiderio di smaterializzazione, perché la distruzione di ciò che è materiale e inferiore libererebbe ciò che è spirituale e superiore: questo principio spiritualista, ampiamente attestato in varie culture, tra le quali la religione buddista, non appartiene, secondo la Belhassen, alle nostre coordinate culturali. Per quanto lascino passare la filosofia orientale della vita, anche i cremazionisti fanno parte della cultura occidentale, e quest’ultima è fondata sull’idea della conservazione. Anch’essi quindi avvertono l’esigenza di un supporto materiale e di un luogo della memoria: «Una morte senza cadavere, senza traccia né luogo, è un terreno favorevole per lo sviluppo di patologie. E i riti funebri sono la dimostrazione di questa necessità terapeutica».

L’autrice cita un’esperienza fatta a Auxerre. Il direttore del crematorio aveva proposto alle famiglie, nell’attesa dell’apertura di un Giardino della memoria, di rimandare la dispersione delle ceneri. La maggior parte delle famiglie che aveva accolto la proposta di dilazione modificò in seguito la decisione presa in un primo tempo, abbandonò l’idea della dispersione e optò per il colombario. Questa esperienza mostra, a parere della Belhassen, che se si consente ai parenti un tempo di riflessione, la scelta cremazionista tende a orientarsi verso il modo di sepoltura (conservazione delle tracce e localizzazione dei resti) più radicato nella mentalità della cultura occidentale. D’altra parte, ella ritiene anche che l’opposizione, un tempo ideologica, tra cremazione e interramento venga meno quando lo scopo comune delle due pratiche sia la conservazione dei resti.

Questa riflessione della Belhassen procede di pari passo con l’affermazione dell’indispensabile ritualizzazione della morte, di cui i cremazionisti devono farsi carico. Cimitero, colombario e rito funebre: questi gli auspici per la cremazione di domani, quando quest’ultima diverrà la modalità più diffusa di sepoltura: «Tutto resta da inventare: una cerimonia, un sistema di simboli, una distanza temporale tra l’operazione in sé e la restituzione delle ceneri», quest’ultima fondamentale perché i parenti abbiano il tempo di accettare e iniziare a elaborare la perdita.

La riflessione della Belhassen non ha naturalmente nulla a che vedere con le ragioni che ritardano l’approvazione di un progetto di legge che renda legittima la dispersione delle ceneri. La realizzazione di questa opzione è infatti oggi resa impossibile da una norma del Codice Penale che, volta a punire i crimini contro il rispetto verso i defunti, prevede il reato di distruzione, soppressione o sottrazione di cadavere, ed equipara a esso l’atto di disperdere le ceneri. Vari progetti di legge sono stati presentati per modificare questo articolo del Codice (tre sono ancora in attesa di discussione) e bisogna senz’altro augurarsi che vengano quanto prima approvati.

Articolo pubblicato originariamente in Confini, gennaio 1999, a firma di Marina Sozzi.

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