Aldo Carotenuto, «L’eclissi dello sguardo»
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Aldo Carotenuto, «L’eclissi dello sguardo»

1 Gennaio 1999
3 min di lettura

L’eclissi dello sguardo è quella del morente, che, con l’espressione degli occhi, perde la capacità di comunicare la sua anima attraverso lo sguardo e la possibilità di vedere il mondo attorno a sé. È quella della morte, spesso dipinta come un teschio dalle orbite vuote, a rappresentare l’inesistenza di uno sguardo in cui l’uomo possa riflettersi. Ed è quella dei vivi nelle società moderne, che volgono via gli occhi dal moribondo, non tanto per preservarne il pudore di fronte all’esperienza ultimativa di sé, quanto per difendersi dall’angoscia a cui espone il morire dell’altro: la consapevolezza emotiva della necessità del proprio morire.

Aldo Carotenuto, psicoanalista junghiano e studioso del rapporto tra psicoanalisi e letteratura, compone un viaggio erratico sul significato del morire. Il testo non segue un percorso sistematico, piuttosto opera per associazioni e intuizioni che spaziano nell’esperienza dei casi analitici, spesso nelle opere della letteratura, talvolta nella filosofia. La prima considerazione dell’autore è quella, ormai diffusa, che il nostro secolo intende dimenticare la morte: «L’oblio diventa il migliore rimedio contro l’angoscia e la morte». Le cause di questa rimozione stanno nella morte di Dio, intesa come incapacità delle religioni di offrire un orizzonte totalizzante di senso, e nella perversione scientista e tecnologica del nostro secolo. Ma appunto di rimozione si tratta, e i contenuti angoscianti rimossi si ripresentano nel vissuto psicologico di ciascuno, causando forme di squilibrio interiore molto gravi.

Alla morte, sottolinea Carotenuto, non si sfugge, non solo nell’ovvio senso che tutti prima o poi moriamo, ma proprio perché l’angoscia di morte, l’angoscia del limite, è insita nell’uomo fin dalla più tenera infanzia. Non solo: se è vero che noi facciamo esperienza della morte fisica solo attraverso la morte degli altri, la nostra vita è una continua esperienza di morte psicologica. Ogni fase della vita, ogni passaggio d’età è un morire a qualcosa; la morte di una persona amata o l’abbandono dell’amante significa la morte della parte di noi che viveva in lui; la depressione è la dolorosissima esperienza della morte interiore, del sentirsi morti da vivi.

Se è vero che l’angoscia di morte accompagna ogni passaggio della vita, è anche vero che l’esperienza di morte apre alla trasformazione, e solo la trasformazione psicologica permette il rigenerarsi della vita dell’uomo. Non a caso, in quasi tutte le civiltà del passato, una complessa ritualità accompagna i vari stadi della vita e anche la morte viene intesa e simbolizzata con un rito di passaggio. Rifiutare di guardare negli occhi la morte negli occhi del morente è già una fuga dall’autenticità della vita. È innegabile sentire che nel testo affiora una positività della morte, sia nel suo essere metafora del cambiamento, sia nell’idea che, in quanto perdita totale di sé, possa essere anche il momento supremo del pieno possesso di sé, il culmine del processo di individuazione di ogni uomo.

Negli ultimi capitoli del libro viene affrontato il tema del diritto a morire, nella duplice veste del suicidio e dell’eutanasia. Nessun giudizio moralistico e nessuna soluzione semplicistica, soprattutto per quel che riguarda il ruolo del medico, fuorviato dalla sua missione dagli attuali imperativi tecno-scientifici. Afferma Carotenuto, citando anche il teologo Hans Küng e il filosofo Sebastiano Maffettone, che, speculare al diritto a vivere, esiste un «diritto di morire» e una «dignità del morire», e che il diritto alla vita non può essere scambiato con la costrizione a vivere.

Articolo pubblicato originariamente in Confini, gennaio 1999, a firma di Ariella Beddini.

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