La cremazione in Gran Bretagna
Tanatologia

La cremazione in Gran Bretagna

1 Gennaio 2000
5 min di lettura

Pubblichiamo l’intervento del teologo e antropologo inglese Douglas J. Davies al convegno La scena degli addii. Morte e riti funebri nella società occidentale contemporanea, tenutosi a Torino il 24 e 25 settembre 1999. Traduzione di Giuliana Fubini.

Signore e Signori, il mio primo dovere è ringraziare la Fondazione Ariodante Fabretti e l’Università di Torino per avermi invitato a questo convegno. Voglio anche esprimere la mia gratitudine alla Fondazione Fabretti che sta traducendo in italiano il mio ultimo libro Death, Ritual and Belief. In quel libro si parla dell’identità umana, concetto che ritengo di particolare importanza per il tema della morte in generale e della cremazione in particolare.

Dal punto di vista filosofico, l’identità è uno dei più importanti concetti generali relativi alla condizione umana. Ha applicazioni in molti ambiti della vita intellettuale: nella politica e nell’economia, nella storia, nella teologia e nella letteratura, come pure nelle scienze sociali. Le recenti scoperte scientifiche in campo biologico, e soprattutto genetico, rendono il problema dell’identità assolutamente centrale. Il principale obiettivo della mia relazione è mettere in rilievo l’idea antropologica essenziale che l’identità umana si trasforma attraverso i rituali funebri, e dimostrare che il rito della cremazione, in questo processo di trasformazione, ha sue caratteristiche specifiche.

Voglio prendere in considerazione quella che si potrebbe definire «l’ingegneria» dell’identità che è possibile attraverso la cremazione. Naturalmente, parliamo metaforicamente di «ingegneria», ma al tempo stesso possiamo affermare che la cremazione comporta determinati procedimenti tecnici che operano una trasformazione sul corpo. Sarebbe semplice rifarsi alla ben nota argomentazione secondo cui la cremazione è esattamente come l’inumazione, se si eccettua che essa compie rapidamente ciò che la sepoltura compie lentamente. Voglio però dare rilievo a una tesi diversa, che considera la moderna cremazione come un processo artificiale o tecnologico. Nella cremazione moderna l’uomo interviene nel processo di decomposizione e lo sostituisce con un altro processo.

Più interessante, a mio avviso, è la distruzione radicale del corpo fisico e la produzione di resti cremati che diventano poi disponibili per un ulteriore trattamento simbolico. L’antropologo sociale Robert Hertz ha parlato dei cosiddetti rituali di «doppia sepoltura», nei quali il corpo subisce un primo trattamento nel periodo che si estende dalla morte alla decomposizione, mentre le ossa sono successivamente trattate con un rituale separato. La prima fase, processo simbolico «umido», privava l’individuo della sua identità terrena; la seconda, processo «secco», gli conferiva l’identità di antenato. Il processo di cremazione elimina la carne, ed è l’equivalente del processo simbolico «umido»; disponiamo quindi di resti cremati che sono il materiale simbolico «secco».

Per chiarire il significato della cremazione si può fare un confronto fra la realizzazione escatologica e quella retrospettiva dell’identità. Dal punto di vista ideale, la realizzazione cristiana dell’identità avrebbe luogo solo in cielo, quando il cristiano incontra finalmente la realtà di Dio: lo scopo della vita è oltre la morte. La Chiesa ha approvato in Inghilterra la cremazione fino al momento in cui ha avuto il controllo dei resti cremati. Oggi però la Chiesa non si occupa più dei resti cremati: la mia ricerca ha mostrato che i preti svolgono i servizi di cremazione, ma non celebrano riti per i resti cremati.

Portando via i resti cremati dai crematori, senza seppellirli nei cimiteri tradizionali, le persone agiscono in modo laico, secondo un diverso modello di identità dell’individuo. Definisco questo modello «realizzazione retrospettiva dell’identità». I superstiti collocano i resti in luoghi dotati di un significato personale, che dipende dal rapporto che essi ebbero con il defunto. I resti non sono unicamente il simbolo del morto, ma anche il simbolo di questo rapporto. Il più chiaro esempio del potere simbolico dei resti cremati si ha quando un coniuge conserva in casa i resti dello sposo o della sposa: il defunto rimane a far parte della vita dei suoi che prosegue. Accade anche che i resti siano conservati affinché, alla morte del coniuge sopravvissuto, i resti di entrambi possano ricongiungersi.

In Gran Bretagna l’atteggiamento nei confronti dei resti cremati è radicalmente mutato negli ultimi decenni. La nostra ricerca ha individuato un cambiamento definito nella scelta del modo di eliminazione: dalla dispersione o dalla sepoltura dei resti al crematorio, si è passati al loro spostamento da quest’ultimo. La scelta di «raccogliere» le ceneri — dopo varie decine d’anni durante i quali i resti erano trattati in modo più impersonale — favorisce atteggiamenti più privati e individuali nei confronti dei morti: il che rispecchia la tendenza crescente, nelle società consumistiche in generale, alla scelta personale, che dà rilievo alle identità individuali.

La cremazione ha una storia interessante. Alla fine del XIX secolo fu incoraggiata per ragioni d’igiene e di benessere sociale, come espressione di libertà di pensiero e anche di opposizione alla Chiesa Cattolica; i suoi sostenitori provenivano inoltre da gruppi sociali elitari. È diventato oggi molto più diffuso ed è stato incoraggiato per varie ragioni, alcune chiaramente connesse con il problema dell’identità. Infine, siccome entriamo in un’era in cui l’ecologia sta assumendo un’importanza sempre maggiore, può darsi che si tenderà a considerare la propria identità durante la vita in più stretta connessione con l’ecologia mondiale. In Gran Bretagna stiamo già assistendo a un aumento dei casi di «sepoltura nella foresta». La morte è strettamente connessa alla vita, e la concezione dei riti funebri è strettamente collegata alla percezione dell’identità di ciascuno durante la vita.

Articolo pubblicato originariamente in Confini, gennaio 2000, a firma di Douglas J. Davies.

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