«Vorrei essere bruciato come gl’inglesi alle du’ fosse»
Il poeta romantico Percy Bysshe Shelley morì l’8 luglio 1822 nelle acque del golfo di La Spezia. Ritornava, assieme all’amico Edward Williams, da una visita a Livorno al comune amico Leigh Hunt. Le circostanze drammatiche della morte, la fama del personaggio, le condizioni e i tempi con cui il mare restituì i corpi straziati fecero molto discutere e soprattutto imposero ai famigliari e agli amici del poeta la cremazione della salma.
Nel 1818 Shelley si trasferì in Italia a causa di una forma di tisi ormai grave che lo costringeva a cercare i caldi climi marittimi del Mediterraneo. Nel 1822, assieme alla moglie Mary, trovò dimora presso Casa Magni, nelle vicinanze di La Spezia. Non troppo distante, sul Lungarno di Pisa, stavano anche Lord Byron e i coniugi Williams. Nella primavera del 1822 conobbero anche Edward Trelawny, giunto in Italia per conoscere di persona il famoso poeta. Trelawny aveva portato con sé uno schooner, un piccolo veliero da diporto, che indusse Shelley ed Edward Williams a progettare la costruzione di una scialuppa di trenta piedi, battezzata in un primo tempo Don Juan e poi, restando in mano al solo Shelley, ribattezzata Ariel.
La nuova passione di Shelley per il mare esaltava, nel corso di quell’estate, la sua naturale tendenza a rischiare la vita, sfidando le circostanze più impervie. Shelley e Williams partirono alla volta di Livorno il 1° di luglio. Quando si misero in mare per rientrare a casa, il fatidico 8 luglio, Trelawny cercò invano di dissuaderli dal viaggio, a causa del brutto tempo e visto che nessuno a bordo era veramente esperto di navigazione. Il 13 luglio il messaggero mandato in perlustrazione riportò la ferale notizia del ritrovamento, lungo la costa di Viareggio, di un piccolo sandolino e di un barile appartenenti all’Ariel. Il venerdì 19 vennero trovati sulla stessa spiaggia i corpi dei due amici, dilaniati dalle rocce, dalle onde e dalla salsedine.
Mary confessò agli Hunt l’intenzione di inumare la salma nel cimitero romano dove già riposavano i corpi del figlio William e del poeta e amico Keats. Tuttavia, al momento di predisporre i funerali, cominciarono a manifestarsi quelle difficoltà burocratiche che avrebbero condotto a propendere per la cremazione. I corpi di Shelley e Williams, restituiti dal mare in avanzato stato di decomposizione, erano stati interrati nel luogo del ritrovamento sotto uno strato di calce, come previsto dalle leggi sanitarie del recente codice napoleonico. La normativa sulla quarantena prevedeva inoltre che le salme si potessero riesumare soltanto al termine di un periodo di quaranta giorni perché venissero incenerite prontamente.
Mary e Trelawny insistettero per qualche giorno nel tentativo di ottenere un nulla osta per la sepoltura dei loro cari nel cimitero protestante di La Spezia, ma le autorità del Granducato di Toscana ritennero inopportuno fare una tale concessione a causa degli alti rischi igienici. Decisero allora di seguire l’antica usanza, cara anche al ricordo di Shelley, di incenerire il cadavere, e commutarono la domanda di sepoltura nella richiesta di un’autorizzazione a disporre un rito funebre che accompagnasse la pira allestita nel luogo stesso del ritrovamento. Il governo toscano accettò alla condizione che i famigliari si accollassero ogni spesa.
Il rito funebre venne celebrato il giorno 14 agosto. Trelawny si era nel frattempo procurato un fornello e alcuni attrezzi sullo stile di quelli adoperati dai greci, tanto amati da Shelley. Acceso la pira, Lord Byron lesse alcune poesie e, non appena le fiamme vinsero il fumo, buttarono sui corpi incenso, sale e vino per profumarli. Lord Byron propose quindi di percorrere a nuoto qualche centinaio di metri, e Trelawny lo seguì. Dalla testimonianza diretta di Trelawny sappiamo inoltre che a Lord Byron fu impedito di impossessarsi, al termine della cerimonia, del teschio di Shelley, avendo egli in passato adoperato altri teschi come coppe.
L’urna con le ceneri venne portata alla piramide di Caio Cestio, ma non fu possibile rintracciare la tomba del figlio William per il grande disordine che regnava in quel cimitero di Roma. Il naufragio e la suggestiva cremazione segnarono profondamente la memoria collettiva della popolazione dei dintorni di Viareggio. Una leggenda voleva che il cuore del poeta non fosse bruciato e fosse stato conservato in un’urna d’argento, e ancora a fine ‘800 i popolani facevano giuramento con un proverbio singolare: «Vorrei essere bruciato come gl’inglesi alle du’ fosse».
Shelley, un romantico con il culto della ragione. Percy Bysshe Shelley è uno dei massimi esponenti del romanticismo inglese insieme a Lord Byron e John Keats. Nato a Field Place, nel Sussex, nel 1792, ricevette la prima educazione dal reverendo Thomas Edwards che lo iniziò alle idee di libertà e ribellione contro ogni forma di autorità convenzionale. L’educazione a indirizzo scientifico lo portò a desiderare una conoscenza razionale lontana da ogni tradizionalismo fideistico. Le sue prime opere (tra le quali spicca Necessità dell’ateismo, 1811) sono di schietto orientamento agnostico e gli costarono l’espulsione da Oxford. Conobbe poi Mary Godwin, che sarebbe diventata sua moglie e autrice del celeberrimo Frankenstein. Nel 1816 conobbe Lord Byron, con il quale strinse un legame di profonda amicizia, e si trasferì in Italia, dove scrisse i suoi capolavori, dalla Rosalinda ed Elena al Prometeo liberato. Naufragò l’8 luglio 1822, lasciando un poema incompiuto, il Trionfo della vita.
Articolo pubblicato originariamente in Confini, gennaio 2000, a firma di Alessandro Albarello.