Anche nelle dimore di Ade ti saluto, Patroclo
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Anche nelle dimore di Ade ti saluto, Patroclo

1 Settembre 2000
3 min di lettura

Riproduciamo il passo dell’Iliade in cui Omero racconta la cremazione di Patroclo, nella traduzione di Maria Grazia Ciani (Venezia, Marsilio 2000).

Agamennone, signore di popoli, subito disperse i soldati fra le navi perfette; gli amici rimasero e ammassarono legna, eressero un rogo di cento piedi di lato e sulla cima, col cuore afflitto, deposero il morto. E molte pecore grasse e buoi dalle corna e dai piedi ricurvi scuoiarono e prepararono davanti alla pira; da tutte le bestie prese il grasso il nobile Achille e ne ricoprì il morto dalla testa ai piedi e intorno ammassò le carcasse scarnificate. Poi appiccò il fuoco, violento, indomabile, e piangendo chiamò per nome l’amico.

«Anche nelle dimore di Ade ti saluto, Patroclo; tutto è ormai compiuto quello che ti promisi; dodici nobili figli di Troiani illustri insieme con te il fuoco divora, ma Ettore figlio di Priamo lo darò ai cani, non alle fiamme». Così minaccioso diceva. Ma ad Ettore non si avvicinavano i cani: notte e giorno li teneva lontani la figlia di Zeus, Afrodite, e una nuvola scura faceva discendere Apollo, perché il sole violento non ne bruciasse la carne.

Ma non ardeva la pira di Patroclo morto. Allora il divino Achille fece un voto a due dei venti, a Borea e a Zefiro, e promise splendidi sacrifici perché venissero e al più presto la fiamma bruciasse i cadaveri. Si alzarono i venti con immenso clamore e si abbatterono sulla pira: crepitò con violenza la fiamma divina. Per tutta la notte alimentarono insieme il fuoco con il loro soffio sonoro; e per tutta la notte Achille, da un bacile d’oro, attinse il vino e lo versò al suolo bagnando la terra e invocando l’anima di Patroclo infelice.

Quando la stella del mattino viene annunciando la luce, e la segue l’Aurora dorata che si distende sul mare, allora si attenuò il fuoco del rogo, cadde la fiamma; i venti se ne tornarono a casa. Si allontanò dalla pira il figlio di Peleo, e si lasciò cadere, sfinito; scese su di lui il sonno soave. Poi, ridestatosi, ordinò ai compagni di spegnere il rogo con il vino fulgente e di raccogliere le ossa di Patroclo: «riconoscerle è facile perché giaceva in mezzo alla pira, gli altri bruciarono ai margini, uomini e cavalli insieme. Poi, avvolte nel grasso, le porremo in un’urna d’oro, fino a che scenderò nell’Ade io stesso; non voglio una tomba troppo grande, solo quel tanto che basta».

Ed essi obbedirono. Dapprima spensero il rogo con il vino fulgente, dovunque era giunta la fiamma e fitta si era deposta la cenere; raccolsero le bianche ossa dell’amato compagno piangendo, e le posero, avvolte nel grasso, in un’urna d’oro; la collocarono poi nella tenda, coprendola con candido lino. Quindi tracciarono un solco rotondo e posero le basi della tomba, versarono sopra la terra e, alzato il tumulo, se ne tornavano indietro.

Articolo pubblicato originariamente in Confini, settembre 2000, a firma di Omero.

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