Dialoghi
Pubblichiamo una testimonianza giunta alla redazione: quella di un padre, Rodolfo Volpe, che dopo la morte della figlia Isabel, nata morta, ha scelto di farne cremare il corpicino, incontrando commenti insensibili da parte di alcuni impiegati pubblici. «In ospedale, dopo avere esposto l’intenzione di volere cremare mia figlia, una impiegata ha commentato: ʼCome, cremare una bimba?ʼ. E all’anagrafe l’impiegato ha commentato: ʼMa cosa vuole, sua figlia non esiste, anzi non è mai esistitaʼ.»
È una testimonianza ai confini dell’orrore. C’è un pregiudizio tenace, ossessivo, contro la cremazione, che si sta lentamente sgretolando sotto i colpi della modernizzazione, ma che pure resiste, aggrappato alle zone più buie della nostra mentalità collettiva. L’aspetto più sinistro è che il pregiudizio viene scagliato contro persone che in quel momento sono particolarmente vulnerabili. A questo punto non si tratta più di un oscurantismo anticremazionista: siamo in presenza di un comportamento che offende qualsiasi regola di convivenza civile.
Un secondo lettore esprime forti dubbi sulla donazione degli organi, prospettando lo scenario di abusi e di un medico che possa nuocere al paziente per interesse. La redazione risponde osservando che la donazione degli organi è un problema che ci tocca nell’intimo, là dove dominano le ragioni del cuore. Certamente abusi possono accadere, ma ci sono al mondo migliaia di umani che vivono grazie a un dono. La nostra legge, autorizzando l’espianto nel caso di morte cerebrale, sceglie la posizione secondo la quale l’uomo muore quando non ha più la possibilità di esercitare la sua funzione più nobile, quella del pensiero. Anche questa è una posizione discutibile, ma i nostri legislatori l’hanno scelta, ritenendo di interpretare il pensiero prevalente nel mondo nel quale vivono.
Articolo pubblicato originariamente in Confini, settembre 2001, a firma di Redazione.