In quanti siamo morti?
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In quanti siamo morti?

17 Settembre 2026 · di Redazione Confini Magazine
7 min di lettura

La folla invisibile che precede gli otto miliardi di vivi

Qualcuno si è preso la briga di contarci tutti, compresi quelli dei quali ignoriamo il nome, la lingua e il luogo della sepoltura. Il Population Reference Bureau stima che, dalla comparsa dell’Homo sapiens, siano nati circa 117 miliardi di esseri umani. Poco più di otto miliardi sono vivi. Gli altri, oltre centootto miliardi, hanno già terminato il proprio passaggio sulla Terra. A ogni persona presente ne corrispondono almeno tredici scomparse.

Il calcolo conserva una larga zona d’ombra. Nessuno censiva le nascite durante il Paleolitico e perfino le popolazioni di epoche molto più vicine possono essere ricostruite soltanto attraverso reperti, insediamenti e ipotesi sui tassi di fecondità. Quel totale descrive un ordine di grandezza, non una contabilità notarile. Un errore di qualche miliardo cambierebbe poco la proporzione: i vivi formano una piccola minoranza dell’umanità che è esistita.

Cento miliardi restano difficili da immaginare. Mille persone riempiono una piazza e un milione una grande città; oltre quella misura, la mente abbandona i volti e comincia a vedere soltanto una massa. Dentro il numero, però, ogni unità ebbe un corpo e attraversò una giornata qualunque. Qualcuno nacque in una capanna della quale non rimane traccia, qualcuno aspettò una nave o raccolse un frutto, qualcuno morì prima di imparare a parlare. La storia ha salvato sovrani e condottieri, insieme a pochi artisti; la demografia concede almeno un posto anonimo a tutti gli altri.

Il conto continua ogni giorno. Nel gennaio del 2025 le stime indicavano, su scala mondiale, circa quattro nascite e due morti al secondo. La popolazione cresce ancora, benché con un ritmo molto più lento rispetto al secondo Novecento. Le Nazioni Unite prevedono che raggiunga un massimo di circa 10,3 miliardi nella metà degli anni Ottanta di questo secolo, per poi cominciare a diminuire. Nel frattempo l’età media sale e una quota crescente dei decessi si sposta verso le età più avanzate.

Si muore meno durante l’infanzia e si vive più a lungo, mentre il numero annuale dei morti aumenta perché la popolazione è diventata numerosa e le generazioni nate durante la grande espansione demografica stanno invecchiando. La contraddizione scompare appena si distingue il rischio individuale dal totale: una società può proteggere meglio i propri membri e registrare comunque più funerali.

L’Italia è già entrata in questa fase. Nel 2025 sono nati circa 355.000 bambini e sono morte 652.000 persone. Il saldo naturale ha sfiorato le 300.000 unità negative, aggravando una tendenza che l’immigrazione riesce soltanto ad attenuare. In una parte crescente del Paese i cortei funebri sono diventati più frequenti delle carrozzine, e la distanza tra le generazioni si legge ormai nella vita quotidiana prima ancora che nelle tabelle dell’Istat.

La maggior parte degli esseri umani è morta senza entrare in una cronaca. Le epidemie occupano uno spazio sproporzionato nella memoria perché concentrano in pochi mesi ciò che solitamente accade nell’arco di molti anni. Quando i cadaveri superano la capacità di seppellirli e i malati quella di assisterli, la morte esce dalla casa, interrompe il commercio e cambia il prezzo del lavoro. La perdita individuale viene assorbita da un evento che coinvolge l’intera comunità.

La peste comparsa a Costantinopoli nel 541 mostra quanto sia difficile misurare le catastrofi del passato. Procopio descrisse migliaia di morti al giorno e le ricostruzioni moderne hanno attribuito alla prima pandemia di peste decine di milioni di vittime. Alcuni storici hanno poi contestato queste cifre, osservando che le prove archeologiche e documentarie disponibili non confermano un collasso uniforme del Mediterraneo. La malattia colpì duramente e tornò in ondate per circa due secoli; la sua portata generale rimane materia di discussione.

Le fonti sulla Peste Nera sono più abbondanti, anche se continuano a restituire risultati diversi secondo i luoghi esaminati. Fra il 1347 e il 1353, alcune regioni europee persero un quarto degli abitanti e altre circa la metà. La scarsità di braccia modificò i salari e indebolì rapporti di dipendenza che parevano immutabili. I cronisti raccontarono fosse aperte in fretta, case rimaste vuote e famiglie dissolte nel giro di pochi giorni. Il rito funebre, fondato sulla presenza e sulla cura del corpo, dovette cedere alla necessità di liberare le strade.

Nelle Americhe la diffusione delle infezioni portate dagli europei si intrecciò con la conquista. Vaiolo e morbillo trovarono popolazioni prive di precedenti difese immunitarie, mentre lo sfruttamento e la distruzione degli equilibri locali ne aumentarono la vulnerabilità. Il crollo demografico raggiunse in alcune aree proporzioni estreme. La vecchia spiegazione che attribuiva tutto ai microbi ha lasciato spazio a una lettura più completa, nella quale la malattia agì dentro società già lacerate dalla violenza coloniale.

L’influenza del 1918 apparteneva già al mondo contemporaneo. I soldati viaggiavano da un continente all’altro e i giornali subivano la censura dei Paesi in guerra. Il virus contagiò circa un terzo della popolazione mondiale e provocò almeno cinquanta milioni di morti, colpendo con insolita durezza anche adulti giovani. L’aggettivo “spagnola” nacque dal fatto che la stampa della Spagna neutrale ne parlava con maggiore libertà, mentre le nazioni coinvolte nel conflitto cercavano di limitare le notizie sull’epidemia.

Il Covid ha prodotto oltre sette milioni di decessi ufficialmente registrati, cifra che descrive soltanto una parte dell’impatto reale. Per il biennio 2020-2021 l’Organizzazione mondiale della sanità ha stimato circa 14,9 milioni di morti in eccesso, includendo gli effetti diretti del virus e quelli provocati dalla crisi dei sistemi sanitari. Il confronto con le epidemie medievali va affrontato con cautela, perché i metodi di rilevazione appartengono a mondi incomparabili. Rimane visibile il risultato di secoli di medicina: sequenziamento del virus, assistenza intensiva e vaccini hanno contenuto una catastrofe che, in altre condizioni storiche, avrebbe potuto assumere proporzioni assai maggiori.

Le pandemie hanno lasciato racconti, monumenti e date da ricordare. Costituiscono però una parte limitata della grande folla dei morti. La maggioranza è scomparsa per cause ordinarie, che variavano con l’epoca: infezioni oggi curabili, parto, fame, incidenti e infine le malattie dell’età avanzata. Molti morirono bambini. Altri arrivarono alla vecchiaia, che in ogni secolo ebbe una misura diversa. Alcuni furono circondati dalla famiglia; di altri nessuno seppe indicare il luogo esatto della fine.

La statistica riesce a tenere insieme queste vite soltanto cancellandone le differenze. Centomila morti possono stare in una riga, mentre la morte di una persona conosciuta altera una casa e divide il tempo familiare in un prima e in un dopo. La tanatologia lavora proprio lungo questa frattura: il morire riguarda tutti, ma nessuna esperienza precedente può sostituire quella che tocca a un individuo e a chi gli sopravvive.

Pensare ai centootto miliardi che ci hanno preceduti offre poca consolazione. Nessuna folla anonima accompagna il singolo nel momento della morte e i morti non rispondono alle domande che lasciamo loro. Il numero serve almeno a correggere la presunzione del presente, che tende a considerarsi l’intera umanità mentre ne rappresenta una breve sezione.

Noi vivi costituiamo all’incirca il sette per cento delle persone mai nate. Occupiamo le case, scriviamo i giornali e compiliamo le statistiche; fra qualche generazione saremo entrati anche noi nel totale, quasi tutti senza modificare la storia e lasciando tuttavia un’assenza precisa in un numero limitato di persone. È così che l’immensa contabilità dei morti continua a crescere: una perdita alla volta.

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