Né con i vivi, né con i morti
La recente crisi economica ha evidenziato le ferite ancora aperte nella società argentina, retaggio delle dittature militari che ne hanno segnato dolorosamente la storia. La storia delle Madres de Plaza de Mayo e film come Figli hanno riproposto all’attenzione del pubblico la tragedia dei desaparecidos, le decine di migliaia di donne, uomini e bambini sequestrati dalle forze dell’ordine delle dittature latinoamericane negli ultimi trent’anni, assassinati senza che i loro corpi fossero restituiti alle famiglie. Uno degli aspetti più dolorosi è l’assenza di un cadavere su cui piangere, che aggiunge angoscia al dolore della morte.
La sparizione ha come obiettivo l’annientamento psicologico del soggetto, ottenuto attraverso la tortura, l’isolamento e l’impossibilità di comunicare. Come ricordano le psicologhe Diana Kordon e Lucila Edelman, «lo scomparso è una persona sottoposta a una privazione sensoriale e motoria generalizzata, senza contatti con il mondo esterno, costantemente tormentato da frasi come ‘Nessuno sa che sei qui. Tu sei uno scomparso, non esisti, non stai né con i vivi né con i morti’. La persona desaparecida svanisce per il mondo e il mondo è svanito per lui».
Dal punto di vista psicologico, il problema principale che affrontano i familiari è relativo all’elaborazione della perdita. Il processo psichico si sviluppa in forma molto lenta e difficile, perché non può evolvere senza la presenza degli elementi abituali del lutto: non si conoscono le circostanze della morte, non si sa dove sia sepolto il cadavere ed è impossibile svolgere le pratiche rituali. Le psicanaliste Maria Lucila Pelento e Julia Braun de Dunayevich affermano che, nell’impossibilità di elaborare il lutto, «la scomparsa e la morte producono nella psiche effetti differenti»: dapprima si osserva un oggetto scomparso e poi un morto senza sepoltura.
In questa situazione, l’elaborazione psichica si realizza con un modello che ha il vuoto come primo e fondamentale stadio. Il sentimento di vuoto è occupato da un riempitivo, costituito sovente dalla comparsa di fenomeni patologici come l’intensificazione del pensiero magico, atteggiamenti ritualizzati, pseudoallucinazioni e nascita di miti. A livello sociale, il vuoto si osserva come disgregazione del microgruppo di appartenenza, quando questo soccombe al panico e al terrore del «contagio», di essere a sua volta coinvolto nella repressione.
Articolo pubblicato originariamente in Confini, maggio 2002, a firma di Aña Lucrecia Molina Theissen.