Lettere dal mondo della cremazione
Le ceneri americane. Un lettore scrive di aver letto che oggi un quarto degli americani sceglie di farsi cremare, e si dice colpito dai modi bizzarri con cui, negli Stati Uniti, è stato affrontato il problema della conservazione delle ceneri: trasformarle in diamanti, mescolarle a colori a olio per realizzare dipinti, o — come l’inventore del frisbee — farsi «riciclare» in un frisbee. «Ma che idea della morte è questa?»
La redazione risponde rettificando le cifre: in Italia, nell’ultimo anno, ha scelto la cremazione il 7% scarso dei defunti. La cremazione si presta molto meglio della sepoltura a rompere la «separatezza» dei cimiteri, ad avvicinare i luoghi dei vivi e i luoghi dei morti; le ceneri possono transitare negli spazi domestici, o essere conservate in un luogo che il defunto stesso ha scelto. Ma tutto questo non c’entra niente con i giocattoli e con i monili. Una cosa è l’immaterialità del ricordo, un’altra la sua riduzione ad amuleto. La morte può diventare tutto, tranne che uno spazio ludico.
I cimiteri e la distanza tra vivi e morti. Un lettore riprende il tema del cimitero di Zurigo, ospitato nell’ultimo numero: meglio sepolcri appartati, che concedano spazio al personale combattimento con la tragedia. Eppure l’attuale rimozione anche fisica della morte e dei morti va guarita. Pensa ai cimiteri di Corsica, sparpagliati sull’isola: attenuando la distanza tra morti e vivi se ne favorisce il dialogo; le dimore restano separate, ma dalle finestre ci si saluta.
Sull’eutanasia. Un lettore, riflettendo sugli articoli dedicati all’eutanasia nel numero di settembre 2002, osserva che spesso, in nome della democrazia, non si rispetta la volontà di chi, gravemente ammalato, vuole abbandonare il suo corpo fonte di atroci sofferenze. Concorda con i Dottori della Chiesa secondo cui la vita non può essere tolta in quanto dono di Dio, ma distingue il corpo, «frutto di una manipolazione», dall’anima, «vero Dono»: giunto il momento, l’uomo rende l’anima al Donatore, avendo cura di restituirla candida e pura.
Articolo pubblicato originariamente in Confini, gennaio 2003, a firma di Redazione.