Funerali in TV: un’occasione per apparire
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Funerali in TV: un’occasione per apparire

1 Maggio 2003
3 min di lettura

Il 10 marzo 2003 s’è svolto a Firenze il funerale del brigatista rosso ucciso la settimana prima in un conflitto a fuoco con le forze dell’ordine. La televisione ha mostrato il carro funebre percorrere le strade cittadine senza alcun seguito, e la voce fuori campo, non senza un morboso compiacimento, sottolineava la completa solitudine di questo anomalo funerale. Per contro, milioni di telespettatori hanno assistito alle esequie del poliziotto vittima della stessa sparatoria, con la folla stipata nella Chiesa alla presenza delle massime autorità dello Stato.

Esiste una situazione analoga, assai meno drammatica per quanto riguarda la causa del decesso, in cui la popolazione anche televisiva approda a una sorta di lutto collettivo: la celebrazione dei funerali di personaggi importanti, dalla lunga e gloriosa esistenza, come di recente Giovanni Agnelli o Alberto Sordi, che hanno rappresentato il Paese in oltre mezzo secolo di storia patria. La gente ha voluto rendere l’ultimo omaggio terreno a personalità auratiche, divenute tali in una complessa gerarchia di mitologie contemporanee, secondo la definizione giunta dagli studi del semiologo Roland Barthes.

Il fenomeno merita alcune riflessioni che vanno oltre l’elaborazione del lutto. Di fronte a esperienze divistiche, l’idea del lutto assume una duplice veste: da un lato esiste un giusto desiderio della comunità virtuale degli utenti della TV a condividere il lutto; dall’altro, quasi per reazione a tale invadenza mediatica, il lutto familiare diventa un affare privato. Sia per Agnelli sia per Sordi il momento dell’addio definitivo è avvenuto in forma rigorosamente privata, con una celebrazione vietata alle telecamere.

Un precedente mediatico risale al settembre 1997: i funerali di Lady Diana, non solo trasmessi in mondovisione, ma appositamente concepiti per la fruizione su piccolo schermo, a partire dalla presenza di una pop star (Elton John) nella cattedrale. Anche per la principessa inglese la presenza in loco di semplici anonimi era oceanica: gli individui della moltitudine sembrano comunicare il proprio voler esserci non in quanto tale, ma per egoistico edonismo. L’esserci per rendere l’ultimo saluto non vuol dire rinforzare un mito post mortem, bensì banalmente apparire per essere ripresi dalle telecamere, avverando la profezia di Andy Warhol secondo cui prima o poi ognuno avrà il suo quarto d’ora di celebrità.

Fa dunque notizia il funerale del brigatista con cui s’era iniziato il discorso: in un mondo dove la comunità è un ammasso che aspira alla massima visibilità, la risposta in negativo — l’assenza di pubblico, la paura di essere ripresi — crea un bizzarro scompenso nel sistema mediatico, che i media stessi si affrettano a rilanciare come evento fenomenale. Un pubblico sempre più assuefatto aspetta l’occasione del funerale di «qualcuno» non per esserci, ma per apparire.

Articolo pubblicato originariamente in Confini, maggio 2003, a firma di Guido Michelone.

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