Se a morire sono sempre gli «altri»
Società

Se a morire sono sempre gli «altri»

1 Maggio 2003
3 min di lettura

La nostra attuale società occidentale vede una particolare circolazione di informazioni. Ai mass-media tradizionali (stampa, radio, cinema, televisione), che prevedono una ricezione passiva, si sono affiancati i new-media (internet), che offrono possibilità interattive. Si sono così create le condizioni per la diffusione generalizzata di un’immensa quantità di contenuti, in un contesto che favorisce la riduzione dei contatti interpersonali diretti a favore di quelli a distanza: gradatamente la realtà concreta è affiancata, e più o meno sostituita, da quella fittizia o virtuale.

Ogni giorno siamo esposti all’incontro con più eventi di morte. Ma quale effetto ha su di noi questa massa oceanica di informazioni negative in tempo reale? Nel pomeriggio dell’11 settembre 2001 ero a casa con mio figlio, che, vedendo le immagini, mi grida: «Mamma, New York brucia!». Gli rispondo di non preoccuparsi, che si tratta di un film; poi accorro in tempo per assistere con lui all’impatto del secondo aereo. Nei giorni seguenti le immagini più drammatiche sono state riproposte a oltranza, acquisendo via via maggior «spettacolarità» e «familiarità» a scapito della «traumaticità». La mia implicazione emotiva, pur restando negativa, era lontana dallo shock del primo momento, perché attenuata dall’abitudine.

All’epoca della guerra in Kosovo avevo già incontrato questa difficoltà di attribuzione di significato. Tenevo allora incontri con i genitori delle scuole materne: durante uno di questi, una maestra mi spiega che un bambino, il cui papà era morto recentemente per un incidente sul lavoro, aveva detto a tavola: «Mio papà è morto». La sua comunicazione, ovvia e naturale, era diventata per tutti gli adulti la pietra dello scandalo, da occultare e da stemperare (spiegando ai bambini che si muore solo se si è anziani e malati). Eppure i genitori guardavano in famiglia il telegiornale ogni sera, senza pensare di esporre i propri figli al tema della morte nella sua accezione più traumatica.

I media vengono ad assumere una funzione analoga a quella dei giochi mortali nell’arena romana: gli schiavi e i condannati con le loro lotte all’ultimo sangue regalavano agli spettatori illusioni di sicurezza e di potere sulla vita e sulla morte. Possiamo così ricevere un continuum di messaggi di morte senza una particolare partecipazione, senza provare sentimenti di pena o di responsabilità. Talora sono i bambini a riproporceli con sorprendente lucidità.

Lo scopo originariamente educativo della diffusione dell’informazione sembra essersi perduto, almeno rispetto alla morte. Eppure, in ogni cultura precedente alla nostra, l’inevitabile traguardo della fine della vita ha suscitato una profonda ricerca di senso. Come Diogene si aggirava nell’agorà con la lampada accesa a cercare l’uomo, dobbiamo riaccendere la nostra mente e il nostro cuore per non smarrirci nel frastuono delle miriadi di morti in atto sulla scena globale, e ritrovare gli elementi essenziali della natura umana, con le sue fragilità e le sue risorse.

Articolo pubblicato originariamente in Confini, maggio 2003, a firma di Pia Massaglia.

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