Immagini della buona morte
Tanatologia

Immagini della buona morte

1 Maggio 2003
3 min di lettura

Morire nel sonno, senza sofferenza, senza accorgersi di morire: è oggi il più diffuso ideale del morire bene. A questa ideologia si ricollega il dibattito sull’eutanasia, che si richiama anche etimologicamente all’ideale della buona morte, e l’aspetto farmacologico del movimento per le cure palliative. È interessante comprendere il volto storicamente determinato di questa immagine.

Quella che per noi oggi è la migliore delle morti, era nel Medioevo la peggiore e la più temibile: la morte inconsapevole, improvvisa, quella che non lasciava il tempo di prepararsi e di mettersi in pace con Dio e con gli uomini. La morte repentina era vergognosa e infamante. Si chiedeva a Dio nel «Libera nos Domine» di preservarne i suoi figli; non a caso i crociati ricevevano il viatico prima della partenza. La buona morte era invece quella che si consumava nel proprio letto, circondati dai familiari, dal curato e da altri chierici, col conforto di un minuzioso rito religioso. Alla fine del Medioevo cominciarono a diffondersi le Artes moriendi, libretti contenenti le istruzioni per gestire al meglio il momento della morte, in cui ci si giocava la salvezza o la dannazione eterna.

Nei secoli successivi si allenta la tragicità del momento della morte. Durante il Rinascimento, l’arte di morire diventa soprattutto un’arte di ben vivere: si tratta di insegnare ai vivi a meditare sulla morte, mediante il concetto della vanità delle cose umane. Come scrive il cardinale Bellarmino: «Chi ben vive ben muore, e chi vive male muore anche male». La vita riacquista la sua centralità; eloquenti, da questo punto di vista, i ritratti di gentiluomini che tengono in mano un teschio.

Durante il Settecento la filosofia dei lumi porta una prima ventata di secolarizzazione. Buffon, nel De l’Homme (1749), dedica un intero capitolo alla vecchiaia e alla morte, ma invano vi si cercherebbe il riferimento all’anima: protagonista del morire è diventato il corpo, con il suo inevitabile processo di invecchiamento. La buona morte diventa lo spegnersi sereno e indolore del vegliardo saggio e giusto, che non è angustiato dai fanatismi dell’aldilà. La morte, come dicono d’Holbach e Cabanis, non è altro che la sera di una bella giornata. Intanto è la famiglia, e non più l’intero vicinato né il clero, a circondare il letto di morte.

Leopardi scriveva nelle Operette morali: «Questo secolo si può dire con verità che sia proprio il secolo della morte». Accanto alla «bella morte» romantica di giovani donne stroncate dalla tisi, c’è un volto più disperato dell’uomo di fronte alla morte, e l’impennarsi delle percentuali dei suicidi. Non c’è una sola buona morte nell’Ottocento: da un lato la ripresa del cristianesimo, ora consolatorio; dall’altro immagini antagoniste per repubblicani, liberi pensatori e socialisti, che sceglieranno esequie civili o, verso la fine del secolo, la cremazione.

Oggi gli antagonismi sulle visioni della vita e della morte si sono ammorbiditi quasi fino a scomparire; la medicalizzazione e la commercializzazione della morte ne hanno fatto un’esperienza piuttosto omologata. La nostra società è libertaria, tollerante e molto individualista: buon segno da un certo punto di vista, segnale di crisi da un altro, perché l’immagine della morte come evento prettamente individuale lascia aperti problemi, solitudini e disperazioni con i quali dovremo trovare il modo per confrontarci.

Articolo pubblicato originariamente in Confini, maggio 2003, a firma di Marina Sozzi.

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