Sempre più numerosi, sempre più vecchi
Cresce la popolazione mondiale e cresce l’età media. Cresce, per fortuna, anche la ricchezza prodotta. Ma non mancano sperequazioni, talvolta molto gravi.
Mentre state leggendo questo articolo la popolazione mondiale è aumentata di 10 individui (2,4 al secondo). I dati del Census Bureau degli Stati Uniti ci dicono anche che tra un minuto l’incremento sarà di 145, tra un’ora di 8.705. Domani in questo istante il mondo avrà 209 mila abitanti in più, tra un mese 6,3 milioni, in un anno 76 milioni, la popolazione dell’Italia più l’Austria e la Svizzera. Inoltre, il mese scorso abbiamo toccato la cifra tonda di 6 miliardi e 300 milioni di abitanti sul pianeta. E poi? Considerando che ogni secondo nel mondo nascono 4,2 bambini e muoiono 1,8 persone, dove andremo a finire?
«Se vogliamo guardare il passato ed essere più obiettivi, possiamo dire che, in un certo senso, l’invecchiamento è stato sempre un compagno dell’uomo», ci dice Mauro Reginato, docente all’Università di Torino di Statistica Demografica. «Cinquecento anni fa si parlava di «paura dell’invecchiamento», perché dal Medioevo in poi l’uomo ha sempre cercato di sfuggire all’invecchiare, magari andando alla ricerca della fontana della giovinezza. È vero che nel passato si moriva più giovani, ma è anche vero che molte persone hanno raggiunto dei livelli di anzianità pari o superiori a quelli attuali. Ovviamente la massa moriva molto più giovane e probabilmente lo desiderava anche, se si pensa alla qualità della vita di allora».
Il fatto è che bisogna distinguere tra «speranza di vita» e «potenzialità di vita». La prima è andata continuamente aumentando, dapprima lentamente e poi dall’Ottocento velocemente, la seconda è invece un concetto di tipo biologico. Pare che la potenzialità di vita sia da millenni allo stesso livello, cioè intorno ai 90 anni. Questo vuol dire che l’organismo umano è stato concepito per vivere fino a una certa età, e sono stati gli usi e gli abusi a far sì che la maggior parte delle persone non la raggiungesse. Una biologa americana ha ipotizzato che in un futuro non lontano questa potenzialità potrebbe arrivare attorno ai 120 anni. Ciò significherebbe che i classici tre grandi gruppi di età in cui si suddivide la popolazione, cioè la giovinezza (0-14 anni), la maturità (14-65) e la vecchiaia (65 in poi), sono destinati a dilatarsi: avremo una prima giovinezza fino a 20 anni, una prima età matura fino ai 55 anni, una seconda età matura fino agli 80 anni e infine la vecchiaia.
L’umanità ha sempre attraversato dei periodi di alta mortalità causata dalle epidemie (la più grave è stata quella di peste dell’anno 1000). Ma ciò che – crisi epidemiche a parte – ha sempre inciso moltissimo è stata fino al secolo scorso la mortalità infantile. «Un primo modo per ridurre la mortalità infantile – spiega il professore – consiste nell’insegnare alle donne a lavarsi le mani prima di preparare il cibo, perché le infezioni che si possono contrarre sono tantissime. Quindi, paradossalmente, la prima grande medicina è proprio il pezzo di sapone».
Agli inizi del Novecento in Europa la speranza di vita era attorno ai 40 anni, ora siamo attorno ai 75 anni. La prima considerazione è che in 100 anni abbiamo guadagnato 35 anni di vita. Ma come li abbiamo guadagnati? Cioè, a tutte le età abbiamo avuto lo stesso guadagno? In maniera uniforme? Mauro Reginato tenta di dare delle risposte. «Possiamo notare che il guadagno maggiore si ha nei primi anni di età, mentre negli ultimi è inferiore. Tutto ciò ci dice che l’invecchiamento è sempre esistito, ma non ci interessava fino a 200 anni fa. Abbiamo iniziato a pensarci quando i vari progressi avuti in tutti i campi hanno fatto lievitare il numero di persone sulla Terra. L’invecchiamento non è solo una prerogativa dei paesi occidentali più sviluppati, ma anche dei paesi in via di sviluppo stanno, che hanno magari soltanto una velocità inferiore alla nostra». Ma questa crescita dell’età attiva che tipo di impatto sociale avrà in futuro? «L’impatto sociale è un fenomeno complesso da rilevare in questo caso, perché all’età avanzata si arriva in molti modi: da un punto di vista di ricchezza e di salute. Quindi l’impatto sociale non è misurato da un solo indicatore. Le realtà sono talmente variegate che ogni amministrazione dovrebbe prendere atto della sua realtà e prendere provvedimenti per se stessa».
Qualche tempo fa il quotidiano «La Stampa», in un articolo a firma Riccardo Varvelli, riportava i dati dell’Agenzia Internazionale dell’Energia. «Negli ultimi trent’anni la popolazione è aumentata del 50%, la ricchezza prodotta del 250. Se guardiamo all’ultimo secolo, la popolazione è cresciuta di 4 volte e il Pil mondiale di 20: un fatto reso possibile soprattutto dalla scienza e dalla tecnologia (ma anche dalla maggior forza-lavoro). In teoria ogni abitante del pianeta dovrebbe essere 5 volte più ricco dei suoi bisnonni. Se non è così, lo dobbiamo soltanto al fatto che la ricchezza è mal distribuita. Ma in questo le responsabilità sono dei politici, non degli scienziati né dei tecnologi. Con 15 miliardi di dollari si potrebbe dare cibo e sanità sufficienti a Paesi poveri: solo in sigarette gli europei spendono 3 volte tanto. Le 225 persone più ricche del mondo possiedono un patrimonio di oltre 1.000 miliardi di dollari, pari al reddito annuale dei 2,8 miliardi di persone più povere. Le proiezioni dicono che la popolazione mondiale si stabilizzerà sui 12 miliardi nel 2100. Tutto lascia pensare che scienza e tecnologia, di per sé, possano contenere l’«impronta ecologica» dell’umanità, evitando la catastrofe ambientale».
Riprendendo il recente rapporto «World Energy Outlook» dell’Agenzia Internazionale per l’Energia (IEA), si può osservare che quando, trent’anni fa, all’inizio degli anni Settanta, la popolazione della Terra era di 4 miliardi, la produzione di ricchezza mondiale era inferiore a 10.000 miliardi di dollari all’anno. Ora che siamo più di 6 miliardi, il genere umano è in grado di produrre 35.000 miliardi di dollari all’anno. La popolazione mondiale dell’ultimo trentennio è aumentata del 50%; la produzione di ricchezza di oltre il 250%. Certo, forse il dollaro degli anni 2000 vale meno del dollaro del 1970, ma l’affermazione iniziale regge comunque. Se invece di calcolare la ricchezza mondiale prodotta in dollari, utilizziamo l’unità «PPP» (Purchasing Power Parity) che tiene conto del diverso valore delle merci nei consumi quotidiani e del diverso standard di vita nelle varie economie nazionali (con riferimento a un anno standard) si può affermare che nei trent’anni che vanno dal 1971 al 2000, la popolazione mondiale è aumentata dell’1,7 all’anno e la ricchezza prodotta è aumentata annualmente del 3,3%. Nel periodo sotto controllo il reddito medio per abitante della Terra è aumentato, a parità di potere d’acquisto, del 60%. In altre parole l’abitante medio della Terra oggi può acquistare il 60% in più di merce di quanto poteva fare con la sua ricchezza trent’anni fa.
Ancora dalla «Stampa»: «Se diamo credito alle statistiche, la lettura dei comportamenti umani ed economici mondiali degli ultimi trent’anni porta a questa stupefacente conclusione, che sovverte la tesi di Thomas Malthus, economista inglese a cavallo tra Settecento e Ottocento: all’aumentare della popolazione la gente diventa più ricca». In termini di causa-effetto dovrebbe valere la sequenza: se aumenta la popolazione, aumentano quelli che lavorano e quindi aumenta la produzione di ricchezza. Se aumenta la ricchezza globale aumenta la ricchezza individuale, grazie alla quale cresce la propensione al consumo dell’individuo che, chiedendo una maggiore quantità di prodotti, provoca un aumento dei posti di lavoro e quindi di coloro che lavorano. Si innesca così un circolo virtuoso che conduce a conclusioni esattamente opposte a quelle malthusiane, che nel 1798 nel saggio «Sul principio di popolazione» affermava: «La popolazione tende naturalmente ad accrescersi con un ritmo più rapido dei suoi mezzi di sostentamento e con il conseguente peggioramento delle sue condizioni di vita». Non è certo che tutto ciò avverrà, perché questi dati sono semplicemente l’estrapolazione di eventi storici passati che non necessariamente dovranno verificarsi con le stesse modalità in futuro. Rimane comunque vero che ciò che finora è avvenuto ed è probabile che qualcosa di simile a quanto previsto, avverrà.
Infine, per quanto riguarda l’Italia, bisognerebbe sfatare alcuni luoghi comuni non esatti. Si sente dire generalmente che noi siamo un Paese con un tasso di fecondità molto alto, ma forse questo è un mito. Le regioni italiane hanno sempre avuto una configurazione diversa nei confronti della natalità. Il Nord ha dei valori più bassi rispetto al Sud, e il Nord occidentale ha preceduto di circa 25 anni il Nord orientale. La drastica riduzione della natalità è iniziata dopo la seconda guerra mondiale con trasformazioni dell’economia, l’industrializzazione, la migrazione, la trasformazione del ruolo della donna. Ma questo è avvenuto in modo talmente rapido che ha rotto il vaso. Che cosa si può fare ora? Migliorare la politica familiare? Dare degli incentivi, anche se sarebbe una soluzione momentanea, che non considera i costi di mantenimento dei bambini? La questione, ovviamente, è aperta.
Giovanni Paolo II: con la forza del carattere e quella della fede anche un’età avanzata e una salute incerta possono essere vinte
Ha scelto l’intransigenza ideologica e dottrinaria per dare una precisa identità al suo pontificato. Ha reso sempre esplicitamente riconoscibili i propri nemici, rifiutando con durezza quelle forme di «dialogo» con il mondo della laicità e dell’ateismo care ai suoi più immediati predecessori. Non ha avuto nessuna indulgenza per le varie forme di secolarizzazione, combattendole sul terreno strategico dei valori ultimi, quelli della nascita, della vita e della morte. È stato in questo senso un avversario caparbio e rigoroso per i laici, ma anche il protagonista di una sfida densa di fascino e di suggestioni. La fisicità del suo apostolato ha messo direttamente in campo il suo corpo; un corpo vitale, atletico, agonistico, ma anche un corpo straziato dai colpi, vulnerabile, tremante. Su quel corpo è riuscito ad addensare fedi e passioni, allacciando una relazione simbiotica tra la propria dimensione esistenziale e quella del suo ruolo di Papa. Così le sue sofferenze sono sembrate quelle del mondo e le sue parole di pace hanno rimbombato nel silenzio del mondo. Ha affrontato senza nessuna subalternità culturale l’impatto con la modernità, irridendone la superficialità e gli inganni; ha scarnificato un’idea di progresso troppo deterministicamente affermata. La sua è stata quindi una sfida seria a un pensiero laico che appare oggi come estenuato, svuotato dal di dentro, appiattito su un pragmatismo grigiamente efficientistico e blandamente edonistico. (G.D.L.)
Articolo pubblicato originariamente in Confini, settembre 2003, a firma di Giovanni Straniero.