Quando un cuore può battere in un altro petto
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Quando un cuore può battere in un altro petto

1 Gennaio 2004
4 min di lettura

La complessa macchina operativa dei trapianti è fondata su una integrazione di conoscenze scientifiche, di tecnologie avanzate e di comportamenti organizzativi ben articolati. Essa incontra peraltro dei momenti di emergenza di fattori umani psicologici di alta emotività, dipendenti dalla drammaticità degli eventi esistenziali in causa. Il primo di questi momenti psicologicamente critici, che occorre nei Centri di Rianimazione, è l’evento della «morte encefalica» di una persona in corso di rianimazione, mentre le funzioni cardiaca, circolatoria e respiratoria del corpo ormai cadavere sono temporaneamente e artificialmente mantenute in attività.

Questa situazione, culturalmente nuova ed insolita, non ha mancato di produrre effetti inquietanti sull’immaginario collettivo, stimolando fantasie irrealistiche e perturbanti (spesso sostenute da informazioni ambigue ed allarmanti da parte dei mass-media) ed incidendo negativamente su una «cultura della donazione» da cui dipende il reperimento di organi per i trapianti. Tanto più che su questi temi già interferiscono in modo negativo le dinamiche di rimozione che il clima psicosociale delle nostre società moderne impone al tabù della morte. Questi atteggiamenti di tanatofobia sottendono angosce primordiali destabilizzanti, sostenute da una immagine infantile di morte quale predatrice aggressiva di beni, di legami affettivi, di identità: immagine la cui immaturità condiziona una cultura della disperazione.

Non solo i medici devono dare informazione di quell’insuccesso terapeutico che è la morte di un paziente, e far comprendere quella realtà inquietante che è la morte encefalica, ma anche, per l’attuale legislazione sui trapianti (Legge 1° aprile 1999, n. 91) devono fornire ai familiari «informazioni sulle opportunità terapeutiche per la persona in attesa di trapianto nonché sulla natura e sulle circostanze del prelievo» (art. 3). Non di semplice informazione si tratta; ma i sanitari devono saper instaurare una comunicazione ed una relazione interpersonale, in un momento di crisi grave, che li impegna in un intenso e difficile rapporto umano con i congiunti.

Da più di dieci anni il Servizio di Psicologia Medica fornisce la propria competenza alla conduzione di Seminari, attuati dal Centro di Riferimento Regionale per i Trapianti, e destinati al personale delle Rianimazioni. Essi hanno l’obiettivo di migliorare le capacità di relazione e di comunicazione professionale con i familiari in lutto, aiutando i sanitari a non essere preda di reazioni di difesa troppo rigide o incongrue, a svolgere una funzione di sostegno e di contenimento emotivo e a proporre con tatto le procedure di prelievo di organi previste dalla legge, qualora non vi sia un dissenso dei congiunti alla donazione.

Il lutto non è di per sé uno stato patologico. È tuttavia un periodo di grande fragilità psichica, e questa fase iniziale dell’iter trapiantologico contiene parecchi eventi in grado di turbare l’animo e di complicare l’evoluzione naturale del lutto. Già la subitaneità drammatica della morte può causare shock emotivo, con stati di confusione e spavento e con reazioni di disperazione, rabbia, rimorsi e recriminazioni. La decisione personale a cui i parenti sono chiamati in merito al prelievo degli organi può lasciare strascichi di dubbi e ripensamenti. La visione inquietante della morte encefalica della persona cara può condizionare angosciose incertezze o perplessità sulla definitività dell’evento morte.

Infine il pensiero che organi del proprio familiare morto rimangano nel corpo dei riceventi può interferire con la possibilità di rappresentarsi una collocazione immaginaria definitiva del defunto (processo che ogni civiltà mette in atto per stabilire i confini rassicuranti tra il mondo dei vivi e dei morti) e può contribuire all’illusione che il proprio congiunto continui a sopravvivere nei riceventi. È questa la ragione della cosiddetta «sindrome del segugio», che indica la situazione psicopatologica dei parenti che ostinatamente cercano di scoprire le tracce dei destinatari degli organi dei loro cari defunti.

Nonostante questi problemi, esiste ormai un’evidenza a livello internazionale, fondata sulle testimonianze delle famiglie dei donatori deceduti, che nella maggioranza dei casi i familiari traggono conforto e consolazione dalla decisione di consenso alla donazione degli organi. Al di là del dolore per la perdita di una persona cara, le angosce primordiali e regressive di disperazione, di persecuzione e di aggressività che la morte scatena, vengono compensate e in qualche modo placate dalle contrarie dinamiche della fiducia, della solidarietà e di quel sentimento di calore umano che chiamiamo amore, che l’atto di donazione rappresenta e attiva.

Giorgio Lovera, psichiatra e psicoterapeuta, è responsabile del Servizio di Psicologia Medica, Centro di Riferimento Regionale per i Trapianti, A.O. San Giovanni Battista di Torino.

Articolo pubblicato originariamente in Confini, gennaio 2004, a firma di Giorgio Lovera.

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