Mare dentro
Ispirato a una vicenda realmente accaduta, Mare dentro di Alejandro Amenábar (Spagna, 2004) propone un soggetto non consueto sugli schermi cinematografici: costretto all’immobilità in un letto da quasi trent’anni, il marinaio galiziano Ramón Sampedro chiede allo Stato di poter morire, ma non esiste ancora il diritto all’eutanasia.
Ma qual è il reale motore della narrazione? A ben vedere, non è la morte, ma per Ramón diventa uno strumento, il suo problema, quanto piuttosto la «non vita». Fin dal titolo, che riprende un verso delle poesie scritte dal protagonista, è presente una riflessione sulla dimensione dell’implosione, dell’impossibilità: il mare, che per Ramón è doppiamente vitale, perché è sia passione sia luogo di lavoro, si trasforma prima nella condanna, dopo un tuffo sfortunato che lo inchioderà al letto.
Amenábar sa che di fronte a un tema così delicato si gioca tutto, perché le procedure sono note, e attribuisce ai personaggi un diverso modo di porsi rispetto alla scelta di Ramón. Qui il film tocca il nervo scoperto: è soprattutto la sofferenza di chi perde qualcuno a significare il dolore della morte, poiché per chi muore essa può non essere dolorosa in sé. Un contenuto ben espresso in una sequenza perfetta nella scena finale del film, in cui sembra sostanziarsi un trapasso sereno, poetico, che restituisce definitivamente al personaggio la propria dignità e autonomia.
Articolo pubblicato originariamente in Confini, gennaio 2005, a firma di Michele Marangi.