Il tempo e la morte: le domande dei bambini
Solo nel corso del ‘900 ci si è accostati al bambino considerandolo un soggetto completamente originale, in possesso di caratteristiche sue proprie che lo distinguono dall’adulto. Infatti se già è difficile penetrare nella mente di un adulto, ancora più difficile è penetrare nella mente di un bambino, il tutto incapace di autoconsapevolezza, di riflessione, di verbalizzazione adeguata dei propri processi mentali e delle proprie emozioni.
In questa costruzione progressiva di ordine il processo di formazione dei concetti svolge un ruolo di primaria importanza. Verso i quattro anni, il bambino comincia a formulare le domande sulla propria origine e una cattiva psicoanalisi ha interpretato unicamente come indici di curiosità sessuale. In realtà quando il bambino vuole sapere quando e come è nato e dove era prima di nascere si limita a esprimere quella curiosità per le proprie origini che costituisce una delle caratteristiche peculiari del genere umano.
Analoga difficoltà il bambino incontrerà nel padroneggiare il futuro. Ragionare in termini di futuro vuol dire infatti, per il bambino, accettare l’idea che i nonni non ci saranno per sempre; che i genitori non ci saranno per sempre; che lui, quindi, potrà restare solo. Il futuro è quindi legato alla consapevolezza della morte e della perdita delle persone care.
La consapevolezza della morte comporta però anche un significativo cambiamento cognitivo: il bambino che fino a quel momento disponeva sul concetto di tempo ciclico, rassicurante, in cui ciò che scompare riappare dopo poco, comincia a costruirsi il concetto di tempo lineare, cioè, uni-direzionale, che non ammette ritorni. Da questo punto risulta interessante leggere quanto Fraser evidenzia parlando dell’evoluzione dell’uomo: nella storia dell’umanità l’acquisizione del concetto di tempo lineare è avvenuta parallelamente all’acquisizione della consapevolezza della morte.
Articolo pubblicato originariamente in Confini, settembre 2005, a firma di Antonella Reffieuna.