Vi vedrò di nuovo
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Vi vedrò di nuovo

1 Gennaio 2006
2 min di lettura

Si narra che Arturo Toscanini desiderasse morire ascoltando il secondo movimento del Quintetto per archi di Schubert, brano capace di portare una tale pace da rendere sereno il passaggio alla pace eterna. Coloro che riferiscono di avere vissuto una NDE (Near Death Experience) smentiscono le macabre sensazioni legate alla fine della vita, parlando invece di piacevoli sensazioni derivanti da musiche soavi e colori avvolgenti.

In Occidente la morte è un argomento scomodo del quale si preferisce non parlare, alimentando un alone macabro dominato dalla ripugnante immagine dello scheletro con la falce. Forse non sarebbe male correggere questa spettrale iconografia, dominante presso la nostra cultura, fortemente ispirata al cristianesimo che pur dovrebbe esaltare la consolazione della resurrezione. Anche la musica ha espresso nei suoni le immagini evocate dai testi liturgici: nei vari Requiem ecco il «dies irae» annunciato dalle trombe del giudizio. Eccezione rara, se non unica, è il Requiem tedesco di Brahms.

L’austero amburghese iniziò a impostare il monumentale Requiem tedesco quando aveva 25 anni, ma fu solo molto tempo dopo che ne completò la stesura. Brahms aveva 35 anni nel 1868 quando il «suo» Requiem fu eseguito per la prima volta nella cattedrale di Brema. Nel titolo «Ein deutsches Requiem» cogliamo una deliberata scelta anti-latina, ma ciò non significa ripudio di una tradizione consolidata; né il fatto che mai, nei testi tratti dalla Bibbia di Lutero, si legga il nome di Cristo, deve far pensare a un atteggiamento anticristiano.

L’opera, così intima e individuale, si svincola dalle fedi e si proietta verso l’umanità intera. Nella sua stesura definitiva il Requiem si articola in sette parti: i vivi non si straziano per i morti, ma hanno un’occasione per meditare sulla loro condizione di mortali; i morti, sereni e pacificati, sospesi tra terra e cielo, consolano i vivi. È affidata alla voce dolcissima del soprano la promessa «Ich will euch wiedersehen» («Vi vedrò di nuovo»), sostenuta da un’orchestra che costruisce un sentiero di luce.

Nel 1994, alla prima alla Scala del Requiem brahmsiano, l’ottantenne maestro Giulini volle che sui leggii dei musicisti vi fosse il testo del Requiem con traduzione a fronte. Ne scaturì un’esecuzione che rimarrà a lungo nella memoria dei presenti. Al termine si ebbe quasi paura ad applaudire, per timore di rompere quell’anticipo di paradiso, mentre scendevano nella mente parole di grandiosa semplicità: «Laudato si’, mi Signore, per sora nostra morte corporale».

Articolo pubblicato originariamente in Confini, gennaio 2006, a firma di Anna Maria Molino.

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