Culto e luoghi dei morti: quale destino per il cimitero?
«Ogni società ha i cimiteri che si merita», scrive Urbain nell’Archipel des morts. Il cimitero come luogo dei morti proprio dell’Occidente è legato all’affermarsi del Cristianesimo. Ma il cimitero del Medioevo cristiano era un luogo ben diverso: era luogo d’incontro, non recintato, piazza e spazio per le più disparate attività.
Il cimitero al quale pensiamo istintivamente è il cimitero napoleonico, che ha la sua data di nascita nel 1804. Nelle intenzioni di Napoleone c’era un cimitero extra muros, per ragioni igieniche, non più con fosse comuni ma con tombe individuali. I borghesi otto-novecenteschi, fautori del decoro, della famiglia e della memoria, furono instancabili costruttori di tombe e fecero di quel cimitero la necropoli monumentale.
Molto è cambiato, nella sensibilità collettiva, rispetto al culto ottocentesco dei morti. Le visite si sono diradate nella seconda metà del XX secolo, e una memoria interiore pare avere preso il posto di quella oggettivata nella pietra. Il cimitero è percepito da molti come luogo triste, che ostacola la memoria del defunto invece di rinsaldarla. Urbain utilizza il termine «dissimulazione» per parlare del nascondimento della morte nel nostro tempo.
Limitando la riflessione all’Italia, due fenomeni devono trattenere la nostra attenzione: la scelta sempre più frequente della cremazione, soprattutto nelle grandi città del Centro-Nord, e il potere affettivo relativamente basso del cimitero sulla nuova borghesia. Volendo essere pessimisti, se l’impensabilità del morire perdurasse, cimiteri e crematori diventerebbero luoghi privi di riferimenti alla morte, sempre più burocratizzati e commerciali, come le funeral houses anglosassoni.
La prospettiva di un aumento della dispersione preoccupa vari studiosi di tanatologia, che temono possa cancellare la dimensione collettiva della memoria. Il nodo del problema è vigilare affinché la nostra società non interpreti il luogo dei morti come un’infrastruttura di riciclo economico del corpo morto, ma al contempo come prolungamento di ciò che era la persona, dunque da onorare e commemorare.
Per fortuna questo scenario apocalittico non è l’unico possibile. Il legame tra negazione della morte e scelta della dispersione non è indiscutibile: coloro che scelgono la cremazione sembra abbiano una maggiore consapevolezza della finitezza dell’umano, come si evince da un questionario del 2001 somministrato ai soci della Società per la Cremazione di Torino. Possiamo pensare che venga raggiunto un equilibrio fisiologico tra la scelta della cremazione e quella dell’inumazione, e che riemerga una dimensione rituale condivisa, in cui tutti i cittadini, autoctoni o alloctoni, siano liberi di praticare le proprie tradizioni attraverso forme di reciproca comprensione.
Articolo pubblicato originariamente in Confini, settembre 2007, a firma di Marina Sozzi.