Il cimitero di domani
Società

Il cimitero di domani

1 Gennaio 2008
6 min di lettura

Parliamo di cimiteri, del futuro dei siti cimiteriali e di ciò che è necessario fare per intercettare e soddisfare le esigenze dei cittadini con Antonio Dieni, esperto del settore della Sefit (Servizi Funerari Pubblici Italiani), profondo conoscitore della realtà cimiteriale italiana.

Una definizione molto spesso utilizzata dagli amministratori dei cimiteri è quella del cimitero come «città dei morti». Ritiene che corrisponda alla realtà attuale?

L’immagine della «città dei morti» nasce nell’Ottocento, quando vengono chiusi per legge i vecchi cimiteri delle chiese e si individuano nuove aree per i defunti fuori dalle metropoli. Non credo che oggi questa immagine possa rappresentare la complessità dei siti cimiteriali: un po’ perché nel corso del secolo successivo molti grandi cimiteri sono stati inglobati nel tessuto urbano, un po’ perché il rapporto con i propri defunti è cambiato, intimizzandosi e diventando patrimonio esclusivo dei parenti, in una concezione che rende residuale la tradizionale retorica della Memoria. In molte amministrazioni questa immagine di separazione sopravvive nei discorsi, come una sorta di inerzia rispetto a una separazione fisica che non c’è più. I cimiteri registrano ormai percorsi diversificati da parte di varie categorie di visitatori, ognuno con esigenze stratificate: di accesso facilitato alle sepolture, di curiosità e riscoperta di memoria comune, di allontanamento dal caos cittadino, di incontro con altre persone. La sfida sta nella capacità di leggere queste trasformazioni e di prevedere diverse opportunità di fruizione.

Nei paesi anglosassoni il cimitero è spesso un luogo di «vita», vissuto quasi come un parco. È possibile e auspicabile che anche da noi si arrivi a qualcosa di analogo?

Le sensibilità che discendono dalla Riforma hanno un rapporto con le sepolture più rarefatto. Occorre inoltre distinguere i contesti metropolitani, più dispersi e frammentati, da realtà urbane più piccole dove ancora si vivono fortemente sentimenti di comunità. A mio giudizio, nella nostra sensibilità la visita al cimitero conserva caratteri di devozione e di separatezza rispetto al vissuto quotidiano. Le amministrazioni, soprattutto delle grandi città, dovrebbero fare di tutto per rendere possibili momenti di raccoglimento «vero». Non credo tuttavia che basti realizzare ristoranti e bar: si tratta piuttosto di individuare luoghi dove i visitatori possano sostare e, in ambiti lontani dal flusso dei funerali, di pensare a piccole biblioteche, a parchi gioco per i bambini, a una piccola attrezzatura per la cura delle tombe. Sono segni di un’attenzione che potrebbe risultare gradita ai visitatori.

Quanto conta la formazione del personale?

Il vero cambiamento nasce solo da un modello di servizio che preveda un’umanizzazione del contatto con la struttura cimiteriale. Sotto questo profilo, e soprattutto nei grandi cimiteri, la professionalità degli operatori è strategicamente decisiva. Si tratta di un processo lento, che richiede una costante attenzione formativa e una ridefinizione continua dei ruoli. È mia convinzione che solo una forma di gestione aziendale dedicata possa produrre la consapevolezza di dover governare i cimiteri a partire dal proprio personale, facendo crescere la capacità di interagire in modo umano con i destinatari del servizio.

Nelle grandi città del Nord la cremazione è ormai diffusa. Quali sono le motivazioni principali?

Dalla fine degli anni Ottanta la scelta della cremazione è in continua crescita: un cambiamento improvviso e tumultuoso, causato dalla rottura di una serie di valori tradizionali che affidavano al circuito parentale-amicale la gestione della morte. Sta prevalendo una concezione più soggettiva non solo nei confronti della morte, ma della propria morte, con una spinta a voler decidere in prima persona. Penso che, cessate le ragioni storiche dell’apostolato cremazionista, le Socrem stiano oggi svolgendo un ruolo prezioso e insostituibile nel mantenere vive le ragioni di un’accoglienza affettiva e comunitaria, a beneficio di chi sceglie la cremazione e dei parenti che si recano in visita. Sono convinto che dall’esperienza delle Socrem, e soprattutto di quella di Torino, tutte le amministrazioni cimiteriali abbiano solo da imparare.

Di contro, la cremazione stenta ancora al Centro Sud. Solo motivi pratici?

Le motivazioni sono di tre tipi. La prima è la persistenza di sensibilità devozionali legate a un culto pre-cristiano delle ossa, che il Cattolicesimo rielabora nel Medioevo con l’«invenzione» del Purgatorio, mentre non vi sono culti particolari per le ceneri. La seconda è la persistenza, molto più che al Nord, di circuiti parentali-amicali intercettati dalle Confraternite. La terza è che la cremazione, per i suoi costi iniziali di impianto e avviamento, finisce per diventare una scelta economicamente più onerosa di altre forme di sepoltura. Personalmente, prima di preoccuparmi della diffusione della cremazione, mi chiederei come contribuire alla crescita di una cultura della legalità e della responsabilità nel settore funerario.

Nascono nuovi crematori e spesso, accanto a essi, le Sale del Commiato. Si può parlare di un’inversione di tendenza?

È tutto un po’ bizzarro: come i cimiteri moderni nascono nell’Ottocento con spazi adeguati e cerimoniali, perché la sepoltura in terra dovrebbe ridursi a un buco nel fango e il loculo a una scatola? Allo stesso modo la cremazione non deve poter essere ridotta a una bocca di forno. L’esigenza di spazi per il commiato è consustanziale a qualsiasi struttura che voglia davvero farsi carico dei defunti. È solo una presunta e stupida modernità che ha fatto smarrire questo concetto elementare. Le strutture per il commiato previste dalla legge regionale piemontese individuano peraltro spazi per l’accoglienza e la veglia prima del funerale, distinti dagli spazi per l’ultimo saluto: occorrerà coordinarli con l’obbligo delle amministrazioni ospedaliere di garantire servizi di camera mortuaria, e prevedere per il relativo personale una formazione abilitante non dissimile da quella dei cerimonieri.

La dispersione in natura e la conservazione presso l’abitazione rappresentano una «gestione privata» del culto della memoria? Quali ripercussioni sulle attività cimiteriali?

Siamo agli inizi di un percorso e ogni legislazione nazionale fa storia a sé. Tanto la dispersione quanto l’affido configurano una visione intimizzata o assolutamente individuale del culto dei defunti. Bene fa la normativa a difendere il valore di una scelta derivante da una precisa volontà, quella del defunto. Un fronte problematico potrà aprirsi quando alla volontà di dispersione di una persona si contrapporrà l’esigenza dei parenti di ricordarla in un luogo di sepoltura certo. Le amministrazioni cimiteriali sono poste davanti a una nuova sfida: dare ai luoghi un nuovo senso, perché quello della tradizione si è ormai irrimediabilmente perduto. I cimiteri devono tornare, in forme rinnovate, a essere spazi della socialità urbana, frequentati da cittadini e famiglie che, assieme alle loro memorie, possano mettere comunicativamente in comune le loro identità, le diverse convinzioni sull’aldilà, il loro presente e il loro futuro.

Articolo pubblicato originariamente in Confini, gennaio 2008, a firma di Fabrizio Gombia.

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