L’ultimo affare
Società

L’ultimo affare

1 Maggio 1995 · di Redazione Confini Magazine
7 min di lettura

La morte è anche un business. Nel settore operano oltre 10 mila persone. Solo il fatturato delle imprese di onoranze funebri si aggira ogni anno sui duemila miliardi. Poi c’è l’edilizia funeraria e il «promettente» campo delle assicurazioni.

«È mancato all’affetto dei suoi cari il signor Orazio Nerone, lo piangono la moglie, i figli e i parenti tutti». Il caro estinto va in onda dopo il Telegiornale. L’idea è venuta a Tele Clusone, emittente della Val Seriana in provincia di Bergamo. L’iniziativa è partita ai primi di febbraio: «Mandiamo in onda — spiega Adamo Meloncelli il proprietario della televisione — gli annunci di morte, le partecipazioni al dolore e, per chi ne fa richiesta, un rapido passaggio delle immagini del funerale». Il «servizio» è completamente gratuito «ma a noi serve per far vedere i nostri programmi e per far conoscere la nostra televisione. È difficile realizzare un palinsesto per tutta la giornata e con questo combattere la concorrenza delle grandi emittenti».

Adesso la rubrica «Oggi ci hanno lasciato», accompagnata anche da una colonna sonora di musica classica, ha quattro appuntamenti giornalieri: alle dodici, alle sedici, alle venti e alle ventitré e trenta. Le reazioni dei valligiani? «Positive — spiega il proprietario della tv —. In media su dieci persone interessate otto reagiscono bene, due invece sollevano dei dubbi». Insomma, un successo. Al punto che Adamo Meloncelli ha deciso di trasferire i «necrologi via etere» anche su radio Clusone.

Già, chissà se questa è davvero l’ultima frontiera del business del caro estinto. Certo gli annunci di morte in tv e via radio sono gratuiti ma Meloncelli non nega di voler sfruttare per «far conoscere la nostra piccola emittente» i necrologi che hanno e continuano ad arricchire i quotidiani grandi e piccoli. Sulla carta stampata il costo del necrologio è calcolato a parola: in media è sulle undicimila lire più Iva. In pratica circa quattrocentomila lire per annuncio. Una cifra complessiva di questo business è praticamente impossibile da calcolare. Solo un dato è fisso, quello della mortalità.

Nel 1994 sono decedute 540 mila persone. La stima prevista per il 1995 è di diecimila morti in più. Federgasacque, l’associazione che raggruppa le imprese del settore dell’edilizia cimiteriale, ha fatto una stima del tipo di sepolture: il trentatré per cento del totale (181.500) avviene per inumazione; il 65 per cento (357.500) per tumulazione (in loculo o in tomba) e solo il due per cento (undicimila) per cremazione. Una cifra, questa, molto bassa rispetto all’Europa. In Inghilterra, ad esempio, ben il settanta per cento delle persone decedute vengono cremate e le loro ceneri vengono consegnate a domicilio. Partiamo da questi dati per provare a quantificare il giro d’affari del settore funerario.

Nel campo delle pompe funebri l’iniziativa privata detiene il 95 per cento del mercato. È il classico caso di un servizio con forti caratteristiche di socialità da sempre gestito da operatori privati. Una situazione che solleva sempre più spesso le critiche della pubblica opinione. Per molti, infatti «la vulnerabilità estrema del cliente ne fanno un mercato speciale in cui l’acquirente è incapace di difendersi al momento della morte di un proprio caro». In Italia ci sono circa quattromila imprese funebri, di queste millecinquecento sono strutturate organicamente. Il loro fatturato annuo si aggira sui duemila miliardi: in media 3,6 milioni per funerale ma con punte minime di un milione e mezzo e punte massime di quindici milioni.

Nel nostro paese l’attività funebre è praticamente libera: per aprire un’impresa di pompe funebri infatti basta richiedere un’autorizzazione al commercio di articoli funerari e la licenza come agenzia d’affari. Ecco spiegato il grande numero di operatori: nelle aree metropolitane è presente sul mercato un’impresa ogni 180 decessi, una cifra che diminuisce (1 impresa ogni 120 morti) se si considera anche l’hinterland. La media nazionale si attesta su una ditta ogni 135 morti. Molti operatori del settore sostengono la necessità di una concentrazione per arrivare ad un’impresa ogni trecento decessi.

Ma «l’industria del caro estinto» è molto diversificata. Ad esempio le ditte o le imprese che lavorano nel settore dell’illuminazione elettrica votiva fatturano in media circa 60 miliardi all’anno.

E poi c’è il settore dell’edilizia cimiteriale. «Dall’inizio del secolo i tempi teorici di scheletrizzazione di una salma sono passati da circa 11 anni ai 27,5 anni del 1993 (con un incremento del centocinquanta per cento) — come spiegano i dirigenti di Federgasacque —. Ci deriva dal ribaltamento delle forme di sepoltura. Si è passati dal 97 per cento della sepoltura in terra nel Novecento al 33 per cento nel 1993. Nello stesso arco di tempo la sepoltura in tomba e loculo è passata dal 3 al 65 per cento.»

Resta ancora basso il numero di coloro che ricorre alla cremazione: appena il due per cento. La conseguenza principale? «La cronica insufficienza di posti salma nei cimiteri». Il problema, una volta tanto, è più grave al Nord che non al Sud: per motivi legati al clima e al tasso di umidità i corpi conservati lungo tutta l’area della Val Padana si conservano molto più a lungo di quelli del Meridione. Ad aggravare la situazione il dato sulla mortalità che si prevede destinata a crescere fino al venti per cento nel 2025. E intanto la ricerca per l’ultima dimora si fa sempre più lunga e costosa.

Secondo studi recenti servono un milione di posti in cinque anni. Gli operatori funebri lamentano, infatti, che ogni anno in Italia su 550 mila decessi, circa 175 mila sono in cerca di «primo alloggio». A questi si aggiungono quelli «sotto sfratto» per «finita locazione» dopo trent’anni passati nel loculo. In pratica si tratta di investimenti per trecentocinquanta miliardi all’anno con un costo medio di costruzione a posto di due milioni di lire. Nel settore lavorano circa diecimila addetti.

Poi c’è la cremazione. In Italia risultano funzionanti circa trentacinque impianti, di cui il novanta per cento è localizzato soprattutto nelle regioni del Nord Italia e in Toscana e il restante dieci per cento nel Centro, al Sud e nelle isole. Ogni impianto, completo di edificio per cerimonia, forno e sistemi di abbattimento fumi costa da un miliardo al miliardo e mezzo se realizzato con semplicità. Impianti di grandi dimensioni costruiti nelle città metropolitane possono richiedere investimenti anche nell’ordine di cinque miliardi di lire. Federgasacque ha stimato che nei prossimi anni servirà costruire almeno settanta impianti con un investimento stimato di cento miliardi in cinque anni.

Grandi investimenti, dunque, che però richiedono anche certezze. Federgasacque chiede così con forza la modifica del Regolamento di Polizia mortuaria nazionale. «Sinteticamente — spiegano i dirigenti dell’Associazione — si tratta di incentivare la pianificazione cimiteriale, la cremazione e il cambio di tecniche costruttive dei loculi. Il patrimonio cimiteriale già costruito è da recuperare e riutilizzare sia con l’aumento della capacità ricettiva dovuta alle minori dimensioni delle urne cinerarie, sia migliorando gli attuali processi di scheletrizzazione per chi fa la scelta dell’inumazione o della tumulazione». Ma Federgasacque chiede anche la revisione «dei regolamenti comunali e delle politiche tariffarie e la destinazione al settore di adeguate risorse economiche e finanziarie e di richiamare l’attenzione delle Regioni».

Infine ci sono le polizze. La pubblicità spiega: «Assicurazione delle Esequie per sollevare i vostri cari dagli oneri funebri». Sì, anche in Italia si sta diffondendo l’uso di sottoscrivere una polizza vita da destinare poi al proprio funerale. Un esempio? La So.Crem di Bologna ha sottoscritto con la compagnia «Fiduciaria Vita» una convenzione che prevede la copertura delle spese funebri. Due le opzioni: rischio morte per infortunio oppure rischio morte per cause naturali. In questo caso chi sceglie questa forma assicurativa chiamata «Vita intera» che comporta il versamento di cinque annualità può scegliere tra tre combinazioni. La prima copre i costi del funerale per una cifra di 1,5 milioni; la seconda per tre milioni e la terza per cinque. Oltre alle spese, la sottoscrizione di questo tipo di polizza comprende anche una serie di diritti: garanzia vita natural durante, rivalutazione del capitale anno dopo anno e via dicendo. Unica condizione il superamento di una visita medica. Fin qui le garanzie per l’assicurato. La compagnia, naturalmente, ricava un utile. In Italia, a differenza dei paesi del Nord Europa, almeno in questo campo, siamo solo all’inizio.

Articolo pubblicato originariamente in Confini, maggio 1995, a firma di Maurizio Tropeano.

Condividi questo articolo
Redazione Confini Magazine
Redazione Confini Magazine
Staff editoriale

Ancora da Società

Società

Racconti dall’Aldilà

Il programma completo di un ciclo di otto incontri, alla sua prima edizione, che si propone di indagare, nell'assoluta concretezza, come l'umanità si sia affacciata al più esistenziale ignoto e all'insondabilità della…

Voci

Il cronista arriva sempre dopo

Il cronista arriva sempre dopo. Dopo l’urto, lo sparo, la valanga, la corsa inutile dei soccorsi. Quando telefona o suona a una porta, la morte ha già compiuto il proprio lavoro e ha lasciato dietro di sé persone che…

Lettere dai Confini

Articoli, letture, documenti d'archivio e appuntamenti per attraversare il presente da un'altra prospettiva.

Iscriviti alle Lettere →