Dove finisce la strada
Tutti i dati sui luoghi dove si muore, dalle stanze di ospedale agli svincoli delle tangenziali. La «mappa» di una società che troppo spesso mostra un volto arido e violento. Solo 12 mila persone all’anno muoiono come tutti vorremmo: di vecchiaia, a casa propria, senza soffrire.
La morte moderna arriva in una stanza d’ospedale, tra macchine, tubi e sconosciuti in camice. Ma anche sulla strada, tra le lamiere contorte cantate da Francesco Guccini («In morte di S. F.»), nella strage degli incidenti d’auto. La morte moderna arriva sopra i settant’anni, soprattutto se si è donna. Ma ci sono quasi cinquemila bambini che muoiono nel primo anno di vita. La morte moderna divide il mondo in due: nel ricco Nord ci si uccide da adulti, per solitudine, difficoltà ambientali, tumori; nel povero Sud del mondo è altissima la mortalità infantile, per malnutrizione o malattie infettive. La morte moderna, infine, è morte «di cuore», perché le malattie che più colpiscono sono quelle al sistema cardiocircolatorio, subito seguite dai tumori, silenziosi omicidi di piccoli e grandi.
In Italia nel 1993 sono morte 541 mila 418 persone: 280 mila 503 uomini e 260 mila 915 donne, dettagli all’annuario Istat. Ma dove sono morti? Per che ragione? E quando?
Sono tanti, i morti in ospedale: 184 mila e cinquecento. Di questi, 158 mila 324 sono deceduti in istituti generali pubblici, 8.177 in istituti specializzati pubblici, 831 negli ospedali psichiatrici pubblici e 17 mila 168 negli istituti privati. Tra le malattie che sono causa di morte, il primato spetta a quelle che toccano il sistema cardiocircolatorio: 240 mila 201 casi, calcolando in centomillesimi il quoziente di incidenza siamo al 425,88. Al secondo posto, dicevamo, i tumori, con 150 mila 453 casi e un quoziente di 266,7. Fra questi c’è da sottolineare la non trascurabile percentuale di tumori di origine professionale, causati cioè da lavori pericolosi: dal 2 al 20 per cento di tutti i casi di tumore, fra cui ad esempio le affezioni della pleura e del peritoneo per i lavoratori esposti ad amianto, quelle nasali per chi lavora a contatto di legno e cuoio. Se l’origine professionale è molto probabile, parte una denuncia per omicidio colposo da parte del malato o dei familiari, con relativa richiesta di indennizzo.
Cause meno frequenti di decesso sono le altre malattie: le morti dovute a problemi dell’apparato respiratorio sono 33 mila 766 (quoziente 59,9), 28 mila 468 quelle dovute all’apparato digerente (quoziente 50,5). Non è indifferente l’incidenza sui decessi dei disturbi psichici, con 15 mila 769 casi e un quoziente del 27,9. Le «altre malattie» sono 38 mila 955 (quoziente del 69,1), gli stati morbosi mai definiti 12 mila 566 (quoziente del 22,3), il che non è incoraggiante per chi ha cieca fiducia nella scienza moderna. Si muore ancora di malattie infettive, le grandi sconfitte dai medicinali moderni, ora di nuovo all’attacco, dopo l’avvento dell’Aids: i casi sono 2.033, per un quoziente del 3,6 per cento.
Chi non muore di malattia, spesso muore per cause violente: i traumatismi e gli avvelenamenti sono causa del decesso di 29 mila 647 persone, per un quoziente del 52,6: di cui 9.863 in accidenti del traffico (il quoziente è del 17,5) e 19.783 (quoziente del 35,1) in altri accidenti, compresi suicidi e omicidi. Son tanti i morti per droga: 1.382 nel 1992, un dato più o meno costante negli ultimi anni, su cui c’è continua lite fra il Ministero degli Interni, che tende a sottostimarlo, e le associazioni di volontariato, che puntano il dito sull’inefficienza dell’assistenza pubblica.
Le morti per delitto sono comunque un fattore tutt’altro che trascurabile in Italia, soprattutto in certe regioni, come la Sicilia (quoziente 14,5), la Campania (quoziente 12) e la Calabria (quoziente 11). Subito seguite da Puglia (quoziente 8) e Basilicata (quoziente sette). Per fare un paragone, tutte le regioni del centro nord sono sotto il quoziente 5, tranne la Liguria che è a 5,5.
In totale in Italia nel 1993 sono stati denunciati 6.623 omicidi: 23 morti rientrano nel delitto di strage, 1.160 sono veri e propri omicidi volontari, 80 sono invece omicidi preterintenzionali, dove dunque l’autore voleva solo esercitare violenza sulla vittima ma gli è «scappata la mano». I casi di infanticidio sono 13, pur nell’era dell’aborto legalizzato. Infine i casi di omicidio colposo sono 5.349: in questa voce rientra una parte degli incidenti stradali. Non tutti, perché per alcuni il delitto di omicidio colposo non è configurabile.
Non sono pochi neanche i suicidi: per ogni persona che muore a causa della droga, almeno cinque si tolgono la vita: e i dati non sono certamente completi, perché le famiglie, quand’è possibile, cercano di far passare il suicidio per incidente e i medici avallano spesso questo atteggiamento, per evitare di essere coinvolti nell’inchiesta susseguente. In Italia in un anno si contano 4 mila 38 casi, con una prevalenza di uomini (2.989, contro le 1.049 donne). Sono invece prerogativa femminile i suicidi tentati (1.270 contro i 1.204 uomini). Per quanto riguarda le modalità, il mezzo più usato è l’impiccagione (30%), preferito dagli uomini, seguito dalla precipitazione (preferita dalle donne) e l’arma da fuoco. Mentre la maggior parte dei tentativi falliti avviene per avvelenamento. Sui moventi è netta la prevalenza delle malattie psichiche (42,1 per cento) seguita dalle malattie fisiche (17,9%). Ben distaccati i motivi affettivi (6%) e quelli economici (2 per cento).
Mentre gli omicidi, come notavamo prima, sono più diffusi in Sud Italia, i suicidi sono assolutamente più diffusi al Nord e Centro: 3.126 casi contro i 912 del Sud. Lo stesso fenomeno, ancora più accentuato, si può vedere su scala mondiale. Sono tutte dell’Europa del Nord le nazioni dove si registrano alti tassi di suicidio: il più alto numero di suicidi lo registra l’Ungheria, con 58 morti ogni centomila abitanti. Seguono la Finlandia (con 49 morti), l’Austria e la Russia (con 35), il Belgio (con 32), la Cecoslovacchia e la Danimarca (con 30) e la Germania (con 28). Invece al Sud del mondo a colpire sono i dati altissimi della mortalità infantile: il tasso più alto è in Afganistan e in Mozambico, con 162 morti ogni mille nati vivi. Seguono la Sierra Leone, con 143 nati morti, la Liberia con 142, il Burkina Faso e la Somalia (con 132). Poi il Mali con 130, il Buthan con 129 e l’Angola con 124.
E gli italiani, a che età muoiono? L’impennata si registra, naturalmente, dai settant’anni in su, considerando però molti casi fin dai 50. E non sono pochi i bimbi che muoiono sotto l’anno di vita: 4.487 (quoziente dell’8, come i sessantenni). Le cause in questo caso sono da vedersi soprattutto nelle nascite premature e in quelle con qualche malformazione. Fra gli 1 e i 4 anni sono morti in 1.111 e fra i 5 e i 9 anni in 1.086 (in entrambe le fasce di età il quoziente è dello 0,4 per cento). La fascia in assoluto meno a rischio è quella dei 10-14enni. Preadolescenti di ferro, solo 716 casi di decesso in un anno, con un quoziente dello 0,2. Poi è tutta una lenta risalita: dai 15 ai 19 anni i morti sono 2.434 (quoziente dello 0,6). Tra i 20 e i 24 anni sono 3.584 (quoziente 0,8), tra i 25 e i 29 anni sono 4.513 (quoziente 1,0). Tra i 30 e i 34 anni 4.453 e tra i 35 e i 39 anni 4.301 (il quoziente è sempre 1,1).
E a seguire: tra i 40 e i 44 anni sono 6.445 (quoziente 1,6). Tra i 45 e i 49 anni 9.103 (quoziente 2,7), tra i 50 e i 54 anni 15.405, la prima impennata significativa (quoziente 4,3). Dove si raduna il gruppo degli uomini deceduti per infarto da stress. Tra i 55 e i 59 anni 24.213 (quoziente 7,2), tra i 60 e i 64 anni 38.629 (quoziente 11,9), tra i 65 e i 69 anni 55.340 (quoziente 18,7), tra i 70 e i 74 anni 54.126 (quoziente 29,2). Da qui in poi, i dati riguardano soprattutto le donne. Gli uomini italiani infatti, secondo l’Oms, hanno un’aspettativa di longevità fino a 73,6 anni. Le donne fino a 80,4 anni: tra i 75 e i 79 anni 91.358 (quoziente 51,1), tra gli 80 e gli 84 anni 103.079 (quoziente 89,0), tra gli 85 e gli 89 anni 77.162 (quoziente 147,8) e da 90 anni e oltre 50.313 (quoziente 259,7). Sono forse da annoverarsi tra questi ultimi i 12 mila fortunati che muoiono come tutti vorremmo: di vecchiaia, a casa propria, senza soffrire.
Articolo pubblicato originariamente in Confini, maggio 1995, a firma di Raffaella Silipo.