«Al mio funerale voglio esserci»
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«Al mio funerale voglio esserci»

1 Gennaio 1996 · di Redazione Confini Magazine
6 min di lettura

Paolo Guzzanti immagina una maxi diretta televisiva grottesca e allucinata della propria cerimonia funebre.

La fantasia della propria morte, in questa condizione carceraria è una sorta di fattaccio di caldo ricordo anticipato, pregustazione di un fattaccio per far morire vista l’ineluttabilità — tanto vale trasformare in puzzle fai da te, anticipazione misteriosa, rassegnazione. Cioran ha detto che l’unico momento reale in cui siamo vivi, è quello della malattia: quando gli organi, le funzioni, i segnali d’allarme ci regalano un malessere, miglioramenti, fantasie, limiti. Ma vorrei conoscere qualcuno che non ha mai scherzato sulla propria morte. Che ne ha fatto solo funerali e scritto la sceneggiatura dell’agonia. Io personalmente mi sono fantasticato decine di volte per il puro gusto di fantasticare l’orgia di narcisismo che si può godere immaginando la propria condanna a morte, l’attesa in cella, l’alba, gli affetti crudeli della giustizia o della vendetta, gli addii, i pensieri che dovrebbero accompagnare la morte dei vivi (quali sono i condannati a morte), così diversa dalla morte dei moribondi.

Tutt’altra cosa è essere fucilato, appeso come gli stregoni su una fune al collo scalciando nell’agonia, o impiccato all’inglese con la botola che si spalanca, lo strappo della sesta vertebra. O anche, perché no, divorato dai cani durante una impossibile fuga, colpito a freddo nel corridoio di un boia russo, arso vivo sulle fascine di legna o fritto dorato sulla sedia elettrica. Non mi sono negato (e nemmeno l’ho potuto!) e insomma ho vissuto mille volte le ultime ore della fine della vita contando le crepe nel muro, il cuore in tumulto, i cigoli che si avvicinano, un raggio di luce (elettrica, fioca, fredda), ondeggiando dal soffitto irraggiungibile. Vieni, è l’ora, dice una voce.

Ho fatto ricorso più volte alla figura retorica della lettera mentale ai miei figli, come se loro potessero e dovessero esservi vicini e io ci potessi e dovessi esservi vicino come un eroe: un eroe così perfetto da nascondere e bilanciare il proprio eroismo, così da renderlo ancora più visibile e insopportabile. Che tuffo spropositato nel narcisismo: come quello che ti succederà ma 2219, quando saremo tutti stramorti, non sarà così diverso da ciò che ci accadrà nel 1719, o centomila milioni di anni di. Tutto questo non per filosofare, ma per dire la fantasia della morte va presa in tempo, coltivata in un orticello mentale e consumata calda. Quando, poi, arriverà la fine vera, non avremo modo, tempo, voglia e spazio per giocare con il grande gadget. E così (mi dicevo) eccomi a voi figli miei in questo triste pomeriggio, eccetera eccetera, in cui io sono stato incatacato e condotto a voli, amen nel senso che voi ci siete, state lì su quelle panche e quel pavimento, vai, si comincia. La parola al mister. Prego, offici. E lui, chiusi i bottoni della camicia per non far vedere i peli sul petto, eroga.

Eccoci qui convenuti ancora una volta intorno a un nostro caro fratello e sorello cadaverino sotto il catafalco prenotato dal Policlinico per spatapunfato qui con accessori. Allegra…

Verrà alla fine vera, non avremo modo, tempo, voglia e spazio per giocare con il grande gadget. E così (mi dicevo) eccomi a voi figli miei in questo triste pomeriggio, eccetera, eccetera, in cui io sono stato incatacato e condotto a voli, amen nel senso che voi ci siete, state lì su quelle panche e quel pavimento. Mortificate le idee, rimettete i vostri peccati e risolvete che sono sotto la poltrona di fronte a voi, mortificate l’umorismo, sempre pronti per far qualcosa, così. Siete in linea: a voi basilica.

Entrano le troupes nemiche, entrano cingolando i loro telecamere e servizi segreti, bassi servizi, immagini forti, mi raccomando, lo spacchino, scuotano, puzzino.

Stacco sull’incantevole cornice delle colonne scorticate uguali a com’è…

Figli, non preoccupatevi e me lo sto sotto disciplinato collaborativo collaborazione «come uno di Vichy» un movimento non un fremito alleluja e attacchi al canto delle pause hai, non pare lui. Vai: Pare lui, a-ah-aaaah, non pare più lui a-ah-aaaah, è uguale, non lo riconosceresti nemmeno. Qui dentro non sento niente. Chi sta nella portacadaveri non sente parole, ma pensieri. I morti captano. Figli miei per fortuna vi sento distratti non vediamo l’ora di andare. Non ho più paura. Vi ho voluto lasciarvi messaggi registrati da affidare a un notaio.

Abbassate quell’organo elettrico, per favore. Recitate, se volete, con me il Detesto. Detesto, detestate, e ame e abbracciamoci. Detesto, Detestate, fratres. Detestate questo tutti sempre uguali agli altri, questi sarebbero stati e sono stati uguali al fascismo, all’antifascismo, ai democristiani, allo stalinismo, al papa e ai re. Detestate il trasformismo, l’Italia degli italiani che urbano sempre su chi erano stati loro stessi fino all’anno prima, l’Italia dei duchi che diventa quella di Cavour. L’Italia di Franceschiello che diventa sabauda, e i liberali che diventano fascisti, i fascisti che diventano antifascisti al variare dei venti. Detestiamo l’opportunismo, fratres, cugini, amici, romani, countrymen.

Detestiamo gli omologati, i saltatori sul carrozzone vincente, i giocatori di lotteria, i giocatori di lotteria. Bene così. Scambiamoci un segno di guerra, di forza, di rivolta, di ribellione, di non conformismo, di non opportunismo. Così, per l’ultima volta, intorno alle mie proteine ancora tenuamente radunate in forma di corpo di me stesso, prima che le metilendiammine facciano il mestiere loro e la disorganizzazione restituisca alla pattumiera ciò che fu vita e che fu onesta ribellione.

Detestiamo insieme, un minuto di urlo, detestiamo il silenzio del raccoglimento, piangiamo insieme, sorridiamo insieme, recuperiamo il nostro volto. Così, grazie. Avviamoci all’uscita, appena possibile. Dalla mia bara di regia vedo qualcuno, una sorta di Enea, un cinabro agli inferi che emerge dalle nebbie, ma ha una cravatta bruttissima, con disegni di palmizi e solstizi. S’avanza uno strano creatuore, l’ultimo filosofo. Provo una diretta, come va, va.

«Professore anche lei qui?» Si gratta. Risponde di sì con la testa: la domanda è cretina: se è qui è qui. «Insonnia immortale e così altro?» «Insonne…». «Sa dirmi almeno perché diamo senso alle cose?» «Perché siamo così fatti». «Mi dica per cortesia qualcosa sulla realtà». «Tempo nero. Il motivo del suo interesse». «Sa, è il mio funerale. Dia retta a me, se ne fotta. Ognuno è definitivamente solo». «Grazie signore». Ecco, questo è tutto quel che resta. Volevo avvertirvi.

Articolo pubblicato originariamente in Confini, gennaio 1996, a firma di Paolo Guzzanti.

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