Amore e morte
Tanatologia

Amore e morte

1 Gennaio 2007
3 min di lettura

L’amore e la morte si corteggiano da sempre e non solo tra le pagine di tanta letteratura presente e passata. Nell’iconografia classica Thanatos, dio della morte, non ha ancora la veste orrida e popolare della consolatrice scheletrica e armata di falce: gli «antichi», di leopardiana memoria, ritraevano Thanatos come un vecchio orgoglioso, alato e avvolto in un mantello nero. Spesso a Thanatos si affiancava Eros, dio dell’amore, e rappresentati insieme i due chiudevano simbolicamente il cerchio esistenziale.

Per ripercorrere le tracce di questo rapporto si potrebbe prendere le mosse dalle pagine dell’Iliade di Omero, dove ha luogo il difficile e dolce dialogo tra Ettore e Andromaca. In ambito moderno, la letteratura ha sempre ritratto e sublimato il senso ultimo delle due polarità più profonde dell’uomo, che Sigmund Freud identificava nel «principio di morte» e nel «principio di piacere».

Se Giacomo Leopardi intitola Amore e morte una delle sue liriche più suggestive («Fratelli, a un tempo stesso, Amore e Morte / ingenerò la sorte»), nella Firenze dantesca la visione di Beatrice, che nella Vita nuova appare addormentata tra le braccia di Amore, tradisce le origini cortesi del legame sensibile tra i due poli. Anche i sonetti di Guido Cavalcanti sapevano ritrarre i dolori dettati da Amore, e Francesco Petrarca non si sarebbe dimenticato di ricordare più volte il tema.

Furono le origini cortesi della letteratura moderna a esigere l’assenza e l’idealizzazione dell’amore in una dedizione passionale, sublimata e pervasa da un senso di morte. Durante la stagione del Dolce Stil Nuovo la donna diviene definitivamente angelo o sirena ammaliatrice, capace di gestire quell’amore che molti secoli più tardi verrà vissuto come autodistruzione fisica e psicologica da Charles Baudelaire e, poco dopo, da Arthur Rimbaud.

Nel solco del XIX secolo andrebbe distinto il nome di Igino Ugo Tarchetti, che rappresenta un vero e proprio paradigma. Ciò è evidente non solo in Fosca, ma in tutte le opere dello scapigliato monferrino, dove si avverte sempre il continuo incontro/scontro tra amore, malattia e morte. Lo stesso accade per la malata Adalgisa nel racconto Lorenzo Alviati, dove il cadavere della donna desta nell’uomo sentimenti di purezza e di pace, dal momento che la morte purifica e alleggerisce il sentimento d’amore.

Per tornare in Italia, nel 1870 Camillo Boito, scrivendo la novella Un corpo, muoveva tre personaggi resi metafora dell’arte, dell’amore e, ancora una volta, della morte. È proprio in questa romantica correlazione tra corpo femminile e disfacimento della carne che si recuperano molti versi e prose di certo realismo di secondo Ottocento, ricordando pure le suggestioni di tante tele, tra le quali La bella Rosina di Antoine Wiertz, indicativa di un rapporto sotterraneo tra Eros e Thanatos.

Articolo pubblicato originariamente in Confini, gennaio 2007, a firma di Alberto Carli.

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