Andarsene insieme
Le canzoni popolari (e la cronaca) dicono che un cuore può spezzarsi quando l’altro cessa di vivere. Ci sono storie di donne che muoiono piuttosto che rimanere sole.
«Perché la separazione che tanto strazia chi rimane dovrebbe essere indolore per chi se ne va?» (C. S. Lewis, Diario di un dolore).
Lui si chiamava Giuseppe e faceva il giardiniere. Usciva di casa la mattina presto, in bicicletta. Pranzava fuori, tornava la sera tardi. Cenava, usciva. Passava le sere alla Casa del popolo (ce ne saranno ancora?), giocando a biliardo o, più spesso, a briscola. Dicevano fosse imbattibile. Un’intelligenza straordinaria, in quel gioco. Arrivati al finale, sapeva sempre quali erano le dodici carte ancora in gioco e perfino come erano distribuite fra i quattro giocatori. Memoria, più logica, più intuizione. Rincasava a notte fonda, solo dopo che avevano chiuso le porte del circolo.
Lei si chiamava Amalia e stava in casa. Tutto il giorno, salvo quando andava a fare la spesa. Era abituata così dai tempi in cui vivevano in campagna. Solo che, all’epoca, erano una famiglia allargata: tre figli, fratelli, nipoti, una ragazzina rimasta orfana del vicino e praticamente adottata. Adesso, invece, erano soli. Lei e lui. Più lei di lui, in verità. Dalle otto del mattino alle otto di sera. Dalle nove di sera alle otto del mattino, se non si svegliava sentendolo rientrare dalla Casa del popolo. Un’ora al giorno per vedersi e mangiare insieme. In silenzio, dicevano i vicini. Non si parlano mai, spiegavano. Una coppia per sbaglio, pensavano.
Lui vivace, estroverso, aperto al mondo, uno che per andare in bicicletta da casa al vivaio (distanza tre chilometri) impiegava un’ora perché si fermava a parlare con venti persone. Lei chiusa, diffidente, apparentemente ostile, una che faceva sempre la spesa negli stessi negozi e non scambiava mai una parola né con i commercianti né con i clienti. Due così e quarant’anni di matrimonio. Probabilmente combinato dalle famiglie, pensavano tutti. E poi continuato perché erano tempi così, mica c’era il divorzio, all’epoca. Si facevano figli, si allevavano e si andava avanti. Ognuno con la sua vita. L’amore? Eventualmente.
Poi, un giorno d’estate dell’80, lui morì. Cancro allo stomaco. Un’agonia di poche settimane poi la morte in ospedale. C’era un genero, di fianco a lui nella stanza, nel momento della fine. Lei era a casa. Le telefonarono per avvertirla, alle tre del pomeriggio. Sapeva che sarebbe successo. Del cancro sapeva da anni, dell’agonia sapeva che era irreversibile. Alla notizia non era impreparata. Chi gliela comunicò fu premuroso, ma sicuro che avrebbe retto, in silenzio, come sempre. Ma il silenzio, dall’altra parte del filo, fu più lungo del previsto. Ininterrotto. Corsero a casa, aprirono la porta con le chiavi della figlia. Lei era morta. Il cuore aveva ceduto di schianto. Mai avuto problemi di cuore. Visitata tre mesi prima. Elettrocardiogramma da quarantenne. Invece: morta sul colpo. Così, per l’impossibilità di restare vedova. Per una forma d’amore mai esibita, ma che era, alla prova dei fatti, ragione unica di vita. Senza il suo oggetto: uno schianto al cuore e via.
Nella stessa estate, era il mese di giugno, morì un uomo di nome Giorgio. Cognome: Amendola. Definizione: «capo del comunismo liberale». Lo seppellirono con le bandiere rosse, nonostante la campagna elettorale fosse finita e con essa la possibilità di esporre i simboli di partito. La sua salma restò esposta nella camera ardente della clinica Villa Gina, all’Eur. Fu sola per ventiquattro ore. Poi, accanto, comparve quella di sua moglie Germaine, che non aveva retto alla vista del suo compagno privo di vita. Una vita insieme, 49 anni senza lasciarsi mai, da quel 14 luglio del 1931, a Parigi, festa della Bastiglia, quando lui (24 anni) attraversò la piazza affollata di gente, sommersa dalle note di un’orchestrina, si fermò davanti alla madre di lei (22 anni), sbatté i tacchi («alla von Stroheim», scrisse poi nel libro «L’isola»), fece l’inchino e chiese: «Acconsente che sua figlia accetti il mio invito a ballare?». Fu un valzer di 49 anni, cominciato come una scena da film di René Clair (ma lui puntualizzerà: «la scena René Clair la girò dopo il nostro incontro, quella non fu una scena da film, ma un momento di vita che racchiudeva in sé il corso di due esistenze») e finito come una tragedia greca (ma lui avrebbe precisato: «la nostra morte, più ancora che la nostra vita, ha racchiuso il senso della nostra esistenza»).
Annoterà Miriam Mafai, nel coccodrillo di «quell’invidiabile amore», che «anche le canzoni popolari dicono che un cuore può spezzarsi quando l’altro cessa di vivere». Le canzoni popolari e la cronaca. Di solito lo racconta in notizie a una colonna. Ci sono storie di donne e di uomini che muoiono piuttosto che restare vedovi/e. Storie di persone che muoiono a distanza, ma nello stesso istante, fili così intrecciati che se ne tagli uno si recide anche l’altro. Anche senza che sappia quello che è accaduto. Così almeno credono gli altri. Lo sa, invece, e decide di andarsene. Perché? Perché (è un’ipotesi) se è vero che chi muore vede passargli davanti in un solo istante tutta la vita trascorsa, chi sopravvive vede in un attimo tutta la vita che verrà, la vita di chi resta. E deve decidere in un attimo se accettarla o no.
La vita che vede arrivare non è facile da accettare. È la vita di chi ha subito amputazioni multiple. Le prime le intuisci subito, le altre (tante altre), le scopri poi. Ti hanno amputato una parte del sentire, quella che hai condiviso e hai il pudore di condividere nuovamente. Ti hanno tolto luoghi, oggetti, parole perfino, che non saranno più le stesse perché non li attraversi-sfiori-pronunci identico a quello che eri e quindi scegli, piuttosto che sentirne il rintocco, di cancellarli dai passi-usi-discorsi. Trasformi chi hai perduto in un essere immaginario. Convivi con il senso di colpa per il fatto di essere sopravvissuto, di non avere avuto il destino (ma tu lo chiami «coraggio») di morire anche tu.
Impari la lezione impartita da C. S. Lewis nel suo libro autobiografico «Diario di un dolore», dove ha scritto: «Dopo l’amputazione di una gamba o il moncone si cicatrizza o il paziente muore. Se si cicatrizza, il dolore atroce e incessante finirà; il paziente dopo qualche tempo ritroverà le forze e sarà in grado di muovere i primi passi sulla sua gamba di legno. Ne sarà «venuto fuori». Ma per tutta la vita, probabilmente, il moncone ogni tanto gli farà male; e lui sarà sempre un uomo con una gamba sola. Non avrà modo di dimenticarlo. Tutto sarà diverso: fare il bagno, vestirsi, sedersi e alzarsi in piedi, persino stare a letto. Tutto il suo modo di vivere sarà trasformato. Dovrà dire addio a piaceri e attività che prima dava per scontati. E anche a certi doveri». Concludeva C. S. Lewis: «Io per ora sto imparando a muovermi con le stampelle. Forse tra un po’ mi daranno una gamba di legno. Ma bipede non lo sarò mai più».
Ecco, non è solo il dolore presente, che schianta il cuore di chi muore in contemporanea. È l’impossibilità di accettare questo percorso che verrà, questo dolore che sfumerà e si trasformerà in qualcosa d’altro; le pietose medicine che si ingurgiteranno per non esserne sopraffatti; la sensazione di sollievo e di orrore che si proverà un mattino accorgendosi che non è la prima cosa che si è sentita al risveglio; il calvario dell’immancabile distacco e il senso di colpa che si proverà se un passo, anche un solo passo, non sarà accompagnato dal rintocco immaginario della «gamba amputata» e dalla sensazione di infelicità che il suo percuotere la terra tramanda. «La gamba viene amputata una, dieci, cento volte. E sempre uguale ritorna il primo morso del coltello nella carne». Se accetti questo, avrai orrore della tua esistenza, se superi questo avrai orrore di te stesso. Per questo, a volte, con una volontà che è più forte del destino, l’orologio della vita si sincronizza con quello di un’altra persona, proprio nell’attimo in cui le lancette si fermano: perché sopravvivere è talvolta più difficile che morire.
«La morte, come l’amore, ha bisogno di pudore e intimità» (Giorgio Amendola).
Articolo pubblicato originariamente in Confini, maggio 1996, a firma di Gabriele Romagnoli.