Ascoltami o mi uccido
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Ascoltami o mi uccido

1 Maggio 1995 · di Redazione Confini Magazine
3 min di lettura

Un libro raccoglie i messaggi disperati di chi sta per togliersi la vita. Sono telefonate ai centralini di «Telefono Amico», l’associazione di volontari che da trent’anni offre ascolto a chi non ha più nessuno con cui parlare.

«Pronto? Mi sente? Volevo solo dire a qualcuno che sto per farla finita». Dall’altra parte del filo, una voce. Una voce qualunque, di donna o di uomo, di un volontario che ha scelto di passare le sue notti in ascolto della disperazione altrui. È così che comincia, quasi sempre, una telefonata a «Telefono Amico». E spesso è così che si previene un suicidio: con una voce, qualcuno che ascolta, qualcuno che c’è.

Da queste migliaia di telefonate notturne è nato un libro, «Ascoltami o mi uccido» (Edizioni Gruppo Abele), che raccoglie le testimonianze, rese anonime, di chi ha chiamato il centralino dell’associazione nei momenti più bui. Storie di solitudine, di abbandono, di malattia, di amori finiti, di vite che sembrano non avere più senso. Storie che, messe in fila, compongono un ritratto impressionante del disagio che attraversa la nostra società.

«Telefono Amico» nasce a Torino nel 1967, sul modello dei Samaritani inglesi fondati a Londra nel 1953 dal reverendo Chad Varah. Oggi conta una rete di sedi in tutta Italia e migliaia di volontari, che rispondono ogni notte a chi cerca, prima di ogni altra cosa, qualcuno disposto ad ascoltare senza giudicare. Perché è questa la regola fondamentale: non dare consigli, non moralizzare, non interrompere. Solo ascoltare. «La cosa più difficile — racconta uno dei volontari — è resistere alla tentazione di dare soluzioni. Chi chiama non vuole soluzioni: vuole essere ascoltato. Spesso, il solo fatto di poter raccontare a qualcuno la propria disperazione è sufficiente a far passare il momento peggiore».

Le telefonate raccolte nel libro sono divise per temi: la solitudine degli anziani, la disperazione dei malati terminali, l’angoscia degli adolescenti, la crisi di chi ha perso il lavoro o un amore. Emergono storie laceranti. C’è la donna anziana che chiama ogni sera, solo per sentire una voce, perché i figli sono lontani e nessuno viene mai a trovarla. C’è il ragazzo che non riesce a parlare con i genitori e che, una notte, confessa di avere già pronte le pillole. C’è il malato che non sopporta più il dolore e chiede solo a qualcuno il permesso di smettere di lottare.

Quello che colpisce, leggendo queste pagine, è la sproporzione tra la gravità della disperazione e la semplicità di ciò che basterebbe a lenirla: una presenza, un ascolto, un riconoscimento. La maggior parte di chi telefona non chiede l’impossibile. Chiede solo di non essere solo. E spesso, una telefonata basta. Non a risolvere i problemi — quelli restano —, ma a far superare la notte. A guadagnare un altro giorno. E in molti casi, è proprio quel giorno in più a fare la differenza.

Il libro non offre statistiche né teorie sul suicidio: offre voci. Voci di persone reali, colte nel momento in cui hanno deciso di affidare a uno sconosciuto, all’altro capo del filo, la propria ultima speranza. È un documento prezioso, che restituisce dignità a chi spesso viene liquidato con una riga di cronaca, e che ci ricorda quanto sottile sia, per ognuno di noi, il confine tra la voglia di vivere e quella di farla finita. E quanto possa pesare, su quel confine, una semplice voce amica.

Articolo pubblicato originariamente in Confini, maggio 1995, a firma di Raffaella Silipo.

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