Camilleri indaga: l’avventurosa storia delle ceneri di Pirandello
Al primo liceo, nel 1940, ebbi un compagno di classe che si chiamava Gaspare Giudice. Poi venimmo a scoprire che avevamo un interesse in comune, la letteratura contemporanea. Un giorno Gaspare ci tornò a parlare di Pirandello (ne sarebbe diventato il più acuto e completo biografo) e ci disse del suo testamento, le cui volontà non erano state rispettate. Si era fatto cremare, ma le sue ceneri non erano state né sparse «sul gran mare africano» né sepolte ai piedi del pino del Caos, come lui avrebbe voluto. Ci parve un’ingiustizia insopportabile, e costituimmo una sorta di comitato per fare arrivare le ceneri di Pirandello ad Agrigento.
Erano gli anni del fascismo, e Pirandello era giudicato uno «schifoso antifascista». La nostra richiesta al Federale fu accolta a male parole. Non se ne parlò più. Nella nottata tra il 9 e il 10 luglio dell’anno dopo, gli Alleati sbarcarono e la nostra vita cambiò. Nel ’45 ci tornò a mente il progetto: ma il Prefetto ci spiegò che non era cosa, sia perché Pirandello era stato uno «sfegatato fascista» (così, ora, lo si dipingeva), sia perché aveva voluto farsi cremare, «che non è cosa da cristiani».
Avevamo intanto scritto una lunga petizione al deputato agrigentino Gaspare Ambrosini, che lavorava alla Costituente. Uomo illuminato, Ambrosini ottenne tutti i permessi necessari, prelevò l’anfora greca che conteneva le ceneri dalla casa romana di Pirandello e, fattosi dare un aereo militare dagli Americani, decise di portarla ad Agrigento. Ma, appena si seppe che c’era un aereo in partenza per l’Isola, centinaia di siciliani assediarono l’apparecchio. Quando, già in fase di rullaggio, uno di loro disse ad alta voce che forse, con l’aereo sovraccarico, il desiderio di Pirandello che le sue ceneri fossero sparse al vento si sarebbe avverato per l’inevitabile caduta dell’aeroplano, i siciliani fecero fermare i motori e se ne scapparono. I due piloti americani, perplessi, dichiararono che non se la sentivano di decollare.
Ambrosini ottenne allora una littorina speciale. Anche qui la notizia si sparse e centinaia di siciliani piombarono sulla banchina della stazione. Durante il viaggio la cassetta con l’anfora fu tolta dalla reticella portabagagli e tre viaggiatori la usarono come tavolo per farsi una partita a carte… col morto. All’arrivo, il Vescovo fece sapere che mai e poi mai avrebbe consentito che un’anfora greca con dentro le ceneri di un morto attraversasse le vie della città. Uno del comitato propose allora di infilare l’anfora in una normale cassa da morto. Non trovandone, si fece prestare l’unica disponibile: una piccola bara bianca, da bambini. Davanti alla chiesa del Purgatorio, il parroco voleva a tutti i costi benedire il piccolo defunto; riuscirono a stento a impedirlo.
Anni dopo, attorno a quelle ceneri capitarono altri fatti. Per una decina d’anni l’anfora restò in mezzo alle altre del Museo comunale, poi le ceneri furono trasferite in un contenitore tubolare di metallo per essere collocate nel monumento funebre, progettato da Marino Mazzacurati con un grande masso di roccia del «Caos». Solo molti anni più tardi, un’inchiesta giornalistica rivelò, grazie alla testimonianza di un ex assistente del direttore del Museo, le rocambolesche e tragicomiche circostanze in cui era avvenuto, alle prime luci dell’alba e quasi clandestinamente, il travaso delle ceneri dall’anfora al contenitore: una vicenda degna, in effetti, della fantasia del grande scrittore agrigentino. (Questo testo di Andrea Camilleri è stato pubblicato da «La Stampa» il 14 e il 16 giugno 1998. Lo riproduciamo per gentile concessione del quotidiano torinese.)
Articolo pubblicato originariamente in Confini, settembre 2000, a firma di Andrea Camilleri.